Mario Mauro: «Renzi ci porterà alla guerra civile»

resize.php«Ho capito un aspetto di Renzi, che non riesco a condividere: è un post democratico, non nel senso che è post-Pd, ma nel senso che è post-democrazia. A me da quella parte non mi ci porta. Vive un’idea surrogata della democrazia ed è pericoloso, perché ha dentro tutti i germi per il riordino dell’assetto democratico che ci porterà allo scontro sociale. E alla guerra civile.»

Mario Mauro non le manda a dire al giovane Presidente del Consiglio. Il Senatore ed ex Ministro della Difesa nel Governo Letta ne critica le scelte politiche, la Legge di Stabilità e l’atteggiamento tenuto nel contesto europeo. Ma non solo. Rispondendo alle nostre domande sulla situazione politica italiana ed europea, ha anche lanciato un monito a chi vuole rinnovare il centrodestra: «non perdete troppo tempo a cercare di convincere Forza Italia. Andate avanti.».

 Senatore, qualcuno dice che Renzi sia di destra… «Credo sia necessario fare un discorso più ampio. La politica è come il consulto di un medico al capezzale di un malato. Questo malato è la società, ogni anno con un diverso problema. Dentro questa visione le istituzioni sono garanti della vita dei cittadini, non padroni. Nell’atteggiamento di Renzi, invece, si percepisce un senso dell’esser padroni. La concessione degli 80 euro, ad esempio, sembra far intendere che è lui a dare la prosperità e la libertà. Ma non è così.»

In pochi mesi di Governo la questione di fiducia è stata posta ventinove volte. Se chiude il parlamento – dice Fassino – nessuno se ne accorge. Nell’era Renzi è davvero così? «Da eurodeputato seguivo la politica italiana dall’esterno e la sensazione era che si fosse già fuori dalla Costituzione. Perché da tempo i parlamentari sono stati trasformati in soggetti atti a premere dei pulsanti e nient’altro. Il Parlamento come soggetto legislativo non esiste più, le sue funzioni sono state surrogate dall’esecutivo.»

Per colpa di chi? «Credo si sia realizzato un corto circuito democratico, a causa di diversi fattori. Innanzitutto, la legge elettorale: senza le preferenze l’eletto ha perso il contatto con le categorie e la società. È diventato un parlamentare del Partito, non un parlamentare del popolo. Più precisamente, è diventato un deputato del Capo. Il secondo elemento è la sensazione sempre crescente che la politica sia inadeguata come tempi rispetto alle sfide che si pongono. Attenzione, però. Il problema si corregge con più democrazia, non riducendola.»

Anche i partiti ci hanno messo del loro. «Il terzo aspetto, infatti, è la natura dei partiti. Un conto è un partito rappresentante d’interessi legittimi, con una storia che si dipana da alcuni ideali; un altro è un partito inteso come corte. Dove prevale la corte sulla storia, il risultato è quello che vediamo.»

Italicum e forte leadership potrebbero portare – pensano Berlusconi e Renzi – ad una competizione bipolare. «Non bisogna avere paura di un confronto duale. Abbiamo vissuto la politica dei blocchi e ne conosciamo pregi e difetti. Ma non è detto possa essere sufficiente. Un partito che raccolga il 51% dei voti non è scontato sia la panacea di tutti i mali. Guardiamo a questa legislatura: quando non si hanno le idee chiare, il conflitto interno ad un partito può portare al crollo delle istituzioni democratiche (caduta del governo Letta, Ndr). Ed il momento più delicato sarà l’elezione del Presidente della Repubblica. Potrebbe essere la fine della democrazia nel nostro Paese.»

A destra, invece, cresce un’area lepenista, forse inaspettatamente. «I motivi sono due. Primo, il ritorno dei nazionalismi, caratteristica di un progetto europeo impreciso. L’euroscetticismo non è figlio delle intuizioni degli euroscettici, ma delle mancate realizzazioni degli euro-convinti. I quali non credono veramente a quello che dicono, e per questo appaiono al pubblico “euro-cretini”: incapaci di realizzare ciò di cui discutono. La seconda questione è l’assenza in Italia di un’alternativa alla sinistra, conseguenza della politica ambigua di Berlusconi. L’elettore che non vuole abbracciare Renzi, quindi, va a collocarsi verso il settore che polarizza tutto quello che non si riconosce in quell’idea di società. Oggi l’unico a dire le cose con chiarezza, anche se spesso sono sbagliate, è Salvini. La chiarezza paga.»

“Sveglia Centrodestra”, la kermesse anche conosciuta come la “Leopolda Blu”, ha provato a scuotere le coscienze. «Le posizioni di chi l’ha proposta sono giuste. Noi ormai siamo figli di una storia segnata: il problema non è ri-convincere chi è ora sulla scena politica a produrre qualcosa. Noi, al massimo, possiamo accodarci. Chi è giovane e si presenta alla gente come una novità saprà ottenere seguito. Quello che possiamo fare è mettere a disposizione delle reti di relazione.»

C’è il problema Forza Italia, che non ne vuol sapere di andare oltre Berlusconi. «Forza Italia è troppo grande e va tenuta in conto, ma con questo modo di fare rischia di rendere impossibile la riaggregazione del centrodestra. Non venire in quell’occasione è stato un atteggiamento puerile. Significa aver paura anche della propria ombra.»

Condivide l’idea delle primarie? «Sì, ma non devono essere solo annunciate. Dico a chi le ha proposte: fatele! Servono due milioni euro? Non appena si dimostreranno determinati nel portarle a termine, qualcuno che le finanzi si troverà.»

Durerà il patto del Nazareno? «Io – ovviamente – penso tutto il male possibile del patto del Nazareno (ride). Quindi, spero che imploda. Ma non perché non sia legittimo che il Governo dialoghi con un’importante forza di opposizione, ma perché a loro non interessa il contenuto, solo l’accordo in sé.»

La politica è anche saper trovare un compromesso. «È vero, ma il dialogo si fa sulla verità. Se due che dicono una sciocchezza si mettono d’accordo, fanno un disastro per tutti. Ed io ho impressione che l’oggetto del patto del Nazareno sia una sciocchezza. Cioè una pretesa di riforma della nostra società su presupposti sbagliati.»

Parliamo di Europa. La Commissione è un gruppo di burocrati, come dice il Premier? «La Commissione ha dovuto correggere la legge di stabilità perché è concettualmente sbagliata e rischia di trasformarsi in un onere insostenibile per la prossima generazione, perché carica nuovi debiti sui giovani. La Commissione ha solo rimarcato tutto ciò. L’Europa sta dicendo: «vi siamo venuti incontro, perché se avessimo fatto una valutazione burocratica avremmo dovuto dare il via alla procedura di infrazione».»

Renzi però non pare voler ascoltare. Mi auguro che l’iter parlamentare serva a correggere la Legge di Stabilità, in modo da coniugare la flessibilità con la realtà.

Qual è la nostra realtà? «Quella di un’economia avvizzita che ha bisogno di misure non finalizzate al consenso, come gli 80 euro, ma di politiche che aiutino le imprese. Le clausole di salvaguardia inserite nel Def rischiano di affossare definitivamente la nostra economia al primo gennaio 2016.»

 In molti lamentano un deficit di democrazia in Europa. «Paradossalmente accade perché i Governi impediscono alle istituzioni comunitarie di avere piena legittimazione. Se il Parlamento europeo fosse davvero un Parlamento, cioè con tutta la potestà legislativa, è chiaro che gli Stati avrebbero meno poteri. E questo i Governi non lo vogliono. Il deficit di democrazia trova le radici nell’atto irresponsabile dei Paesi membri dell’Ue.

Europa zoppa per colpa degli Stati? «Certo. È sciocco credere di poter fare l’Europa unita senza passare dalla cessione di sovranità. Ed è il nodo cui ci siamo fermati a Nizza: nessuno capisce che cedere sovranità non significa perdere l’autonomia e la tradizione dei popoli, ma implementare una piattaforma per permettere all’Europa di competere con il resto del mondo.»

L’Europa, a dispetto dei progetti iniziali, non è riuscita a porsi pienamente come terzo attore preminente nel contesto internazionale. Perché è così claudicante? «Come soggetto internazionale l’Europa non è claudicante, è inesistente. Quando si riuniscono i contesti internazionali, l’Unione Europea non è una sigla sintetica che rappresenta tutti i paesi, ma la 29esima sigla che si aggiunge ai ventotto Paesi membri. Ai tavoli internazionali si presenta come se fosse una Ong. Questa è la sconfitta della politica estera e di difesa dell’Ue.»

L’Italia però si è presa il ruolo di Lady Pesc. «La Mogherini adesso è la rappresentante di una Ong. Se lei, come Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa, chiama gli eserciti a difendere l’Europa non si muove nessuno. Per fare il salto di qualità, ci vuole una consapevolezza nell’opinione pubblica europea che oggi non c’è. E forse ci arriveremo solo se crescerà l’angoscia verso fatti esterni.»

Si spieghi. «Per esempio quello che in questi giorni è accaduto a Parigi, dove sono stati arrestati duecento terroristi legati all’Isis. I passi avanti nella storia si fanno a fronte di un grande pericolo. Non me lo sto augurando, però capisco che senza un’accelerazione dovuta a fattori esterni il progetto europeo non avanzerà.»

Eppure l’Italia e l’Europa, a fronte di nuovi pericoli, continuano a tagliare le spese militari. «L’Europa dovrebbe muoversi più convintamente verso un sistema di difesa comune per affrontare le sfide odierne. La permeabilità militare dell’Unione si palesa con le notizie della presenza di bombardieri e navi russe nello scenario mediterraneo. Ma sono temi che possono servire a maturare un decisionismo politico che fino ad oggi è latitante. E per farlo non serve un atteggiamento da bullo. A Bruxelles non ci si siede per battere i pugni sul tavolo, ma con la volontà di portare avanti un progetto credibile. L’ultimo leader con questa visione è stato Helmut Kohl. Il vero deficit che da più di vent’anni patiamo è l’assenza di personalità di caratura europea.»

Sta dicendo che Renzi non gode di questa personalità? Il senatore, qui, fa una pausa più lunga del solito. Poi aggiunge: «È una cosa che mi ero augurato anche per Berlusconi e pensavo avesse Blair. Il quale fece un celebre discorso al Parlamento europeo dicendo fosse necessario passare dal “capitale bovino a quello umano”, denunciando l’attenzione agli allevatori più che alle politiche giovanili. Ma alla fine del semestre di presidenza britannico, rinegoziò i propri sconti – lasciando l’Europa nell’incertezza – e prese le distanze dalla Costituzione europea. Da ogni punto di vista, un disastro.»

La comunità internazionale sta facendo abbastanza per i cristiani perseguitati in Siria? «Qui dobbiamo guardare alle scelte della politica estera americana. Poniamo sia stato un errore di Bush andare in Iraq. È stato un errore ancora più grande andarsene in quei tempi ed in quei modi. Lo Stato Islamico è figlio di quell’atto. Oggi la credibilità dell’iniziativa presa dagli Usa per stabilizzare le regioni colpite dall’Isis è molto ridotta. Inoltre, la Russia è ormai tornata prepotentemente in prima linea sul palcoscenico mondiale.»

Le sanzioni contro Putin sono state un errore? «La Russia ha violato palesemente il diritto internazionale, quindi le sanzioni ci sono e devono essere serie. Ma la denuncia di Putin secondo cui queste sarebbero state prese non tanto in base alla vicenda ucraina, quanto piuttosto per contenere la nuova stagione d’influenza russa sullo scenario globale, può essere ritenuta fondata.»

 Giuseppe De Lorenzo

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