Geopolitica della crisi ucraina

1386678819_83665_immagine_ts673_400Nello studio delle relazioni internazionali si incontrano pochi casi complessi quanto la questione ucraina, il cui percorso identitario riproduce su scala più piccola la frastagliata storia dei rapporti fra l’Europa e la Russia. Per quanto la nazione ucraina abbia già secoli di passato alle spalle, l’Ucraina come stato indipendente è una entità di formazione recente, che tiene insieme due identità palesemente diverse, ognuna con la propria identità culturale, risultanti di una maggiore o minore vicinanza con l’Europa e con Mosca: possiamo tranquillamente parlare dell’esistenza di due Ucraine.

L’Ucraina occidentale appartiene storicamente all’Europa orientale, ha una forte componente cattolica (la sua principale città, L’viv, è stata un tempo parte della Polonia) e rifiuta la subalternità alla Russia, mentre l’Ucraina orientale e in parte meridionale si vede in comunione con il popolo russo e con la sua storia, col suo destino. L’Ovest è antirusso, l’Est è filorusso. Se ci partiamo dal riconoscimento di questo semplice fatto geostorico ci avvicineremo con più precisione a comprendere le ragioni dell’attuale crisi a Kiev, ben lontana dall’essere, come i media vorrebbero, il frutto di uno scontro tra un’opposizione liberale europeista e un governo antidemocratico spalleggiato all’estero dallo “zar” Putin.

ukraine-president-viktor-yanukovych-previewTutto è cominciato quando il 21 novembre scorso il governo ucraino ha deciso di non firmare l’Accordo di Associazione con l’UE, riorientandosi su un rilancio delle relazione commerciali con Mosca nell’ottica di un’eventuale adesione all’Unione Doganale Eurasiatica, primo passo verso la nascita di un’alleanza economica tra i paesi dello spazio post-sovietico e pensata sul modello dell’Unione Europea. L’inatteso allontanamento ucraino ha sollevato forti critiche nei confronti del presidente ucraino Janukovič e della Russia da parte della stampa occidentale, che ha parlato di ingerenza russa, e di vari uomini politici europei, tra cui i ministri degli esteri svedese e tedesco e l’Alto Commissario Catherine Ashton. Queste reazioni alla decisione ucraina, maturata peraltro in sedute parlamentari rabbiose e incandescenti, più che a sciogliere legittimi interrogativi, svelano una pretestuosa ostilità antirussa, quando la sospensione dell’Accordo di Associazione ha avuto piuttosto motivazioni economiche.

La transizione dell’economia ucraina dall’URSS all’indipendenza è stata, come per tutte le ex-repubbliche sovietiche, molto pesante. Il Paese è rimasto per oltre vent’anni in una condizione di immobilismo, in qualche modo a metà fra la difficile integrazione con le altre nazioni europee e l’ambiguo rapporto con gli altri membri della CSI, senza risolversi a scegliere fra le due parti. Certamente la divisione identitaria tra Ovest ed Est ha perpetuato questa stagnazione, annullando la forza propulsiva delle due anime nazionali, ma la situazione ha conosciuto un rapido peggioramento a partire dal 2008, quando la crisi globale ha colpito l’Ucraina duramente, e per quanto negli ultimi anni vi siano stati segni di ripresa, il Paese continua a essere tra i più poveri del continente.

RussiaGasPipeUno dei fattori che ne ha più eroso la stabilità economica è stata la questione del gas russo, che viene acquistato da Mosca ad altissimi prezzi ma che lo Stato rivende ai propri cittadini a costi convenzionati, il che funge sì da calmiere sociale, ma ha nel tempo ingigantito il debito che la Naftogaz, l’ENI locale, ha nei confronti della Gazprom russa. Il tentativo di diversificare gli approvvigionamenti, in modo da ridurre la dipendenza dal gas russo, è stato tardivo, soprattutto rispetto a decisioni che devono essere prese nel brevissimo periodo se è vero che, secondo gli analisti, il governo riuscirà a pagare stipendi e pensioni solo fino a giugno.

Già nel 2011 e poi nel 2013 è stato richiesto un prestito di 15 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, ma entrambe le volte il finanziamento si è concluso con un fallimento, principalmente per la richiesta dell’FMI di abolire i sussidi di Stato sul gas. E’ chiaro come la conclusione negativa di queste trattative abbia avuto come contraltare il riavvicinamento tra Kiev e Mosca e l’allontanamento da Bruxelles, che aveva chiesto pesanti tagli ai servizi e alle infrastrutture per poter garantire al governo un prestito di 1 miliardo di euro, al fine di allineare l’industria ucraina agli standard europei, rispetto ai quali non è competitiva (la richiesta finale del primo ministro Azarov all’UE era di 8 miliardi di dollari).

 Viceversa se l’Ucraina optasse per l’ingresso nell’Unione Doganale Eurasiatica i vantaggi economici non sarebbero di poco conto: la disponibilità russa a rivedere gli accordi decennali sul gas per una politica di forti sconti, l’abolizione delle misure protettive e delle barriere doganali garantirebbero, secondo gli esperti, guadagni pari a 11-12 miliardi annui. Questa però non sembra essere una soluzione automatica, anche perché chiuderebbe definitivamente le porte all’Europa.

In realtà la necessità per il Paese di scegliere tra Mosca e Bruxelles rappresenta un’opportunità strategica, oltre che economica. La risoluzione del complesso problema identitario ucraino non potrà aversi né attraverso l’alternanza di governi antirussi o filorussi, né con la fantasiosa partizione tra uno Stato orientale e uno occidentale (oltre alle minoranze etniche, all’Ovest vivono molte persone che si considerano russe, come all’Est una certa fetta di popolazione si vede come ucraina occidentale). Per questa servirà un momento di rifondazione politica basato su obiettivi condivisi, ed è un’azione che richiede tempo (decenni) e pazienza. E strategia, ossia la capacità di “intuire” la propria epoca e regolarsi di conseguenza.

Che il mancato accordo tra Ucraina e UE abbia sollevato reazioni così “ingenuamente” ostili a Mosca dovrebbe far riflettere, soprattutto quando la retorica sui diritti umani si sovrappone alle proteste di piazza, eterogenee (si va da liberali, anarchici, gruppi di destra ma anche di estrema sinistra, Femen, fino a  fazioni ultranazionaliste se non apertamente filonaziste) ma, sembra, unite solo dal loro odio verso la Russia. Non si comprende onestamente in che modo questa opposizione pluralista (che abbatte statue di Lenin e compie atti vandalici nelle strade) dia alle proteste una connotazione europeista, né per quale motivo questa sollevazione sia appoggiata, quasi naturalmente, delle ONG. A Kiev agiscono perfino gruppi armati e preparati agli scontri di piazza, addestrati alla guerriglia urbana. Cosa ha a che fare questo con dimostrazioni pacifiche di persone in ansia per il loro futuro? Quale il nesso che lega la comparsa di queste forme violente di dissenso sociale alla difficile situazione diplomatica di un governo che oscilla tra due potenze economiche? Il vero sospetto è che quanto accade oggi in Ucraina non abbia a che fare con il saltato Accordo di Associazione, in parte perché l’UE non ha granché da offrire a Janukovič (mentre chiede in cambio garanzie esose), in parte per il diffuso clima antirusso che da qualche tempo a questa parte si respira in Europa (il caso delle Pussy Riot, le leggi sulla propaganda omosessuale, la questione dei detenuti politici). Possiamo invece interpretare meglio gli avvenimenti se accostiamo i disordini di Kiev a quelli verificatisi all’epoca della “rivoluzione arancione” del 2004 sempre in Ucraina, paragonabili alle altre rivoluzioni colorate di Georgia (2003) e Kirghizistan (2005), epifenomeni inquadrabili nella strategia geopolitica americana secondo l’agenda Brzezinski, volta a costruire un cordone sanitario di succubi stati cuscinetto attorno alla Russia. Secondo Brzezinski la Russia è infatti nel presente il principale antagonista geopolitico della potenza egemone americana, il che ricalca la contrapposizione USA-URSS al tempo della guerra fredda.

russia-usaLa Russia putiniana però non è l’Unione Sovietica, e a differenza di quest’ultima non ha e non può avere afflati universalisti; diversamente dagli USA non è una potenza imperialista, il che significa che può essere coinvolta direttamente solo laddove i suoi interessi siano minacciati o lo siano quelli delle minoranze russe al di fuori dello Stato. E’ quindi molto probabile che in gioco non vi siano né accordi commerciali in sospeso né la repressione di minoranze civili, che gli interpreti non siano né la variegata opposizione ucraina né l’UE, asservita peraltro nella sua completa subalternità a Washington, ma le potenze USA e Russia con l’Ucraina nel suo essere uno stato cerniera fra due blocchi contrapponibili, la NATO e l’Unione Eurasiatica di là da venire. Nel mentre Janukovič è volato in Cina, il fantasma del Natale futuro, ed è tornato in patria con la proposta per un prestito cinese di 10 miliardi di dollari. La grande partita a scacchi continua.

Federico Pastore

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