Sì, fascista e coerente con la mia storia familiare, culturale e religiosa

Carissimo Giuseppe,

l’argomento che tu hai sollevato coinvolge la scelta politica-ideale e la figura del padre. E’ pertanto di quelli che mi richiederebbe almeno lo spazio di due libri e che mi riservo, chissà se da pensionato, di scrivere. Ma ora conta il fatto concreto che con acume giornalistico hai colto, ancor prima di Marcello Veneziani, il punto centrale della polemica sulla “vergogna di avere un padre fascista”, sollevata dalla giornalista televisiva.

Sono certo che sai quanto mi abbia fatto piacere: non avresti scritto quello che hai scritto senza sapere che anche pubblicamente questo ritratto mi si addice. Corrisponde ad un reciproco sentire che non ho mai nascosto ne’ vagamente celato.

Hai dato voce ad una voce che, negli anni, non ha mai inteso tacere per nessuna ragione. E quando questa voce (chiamala pure ideale o ideologia, non importa) corrisponde ad una visione della vita, non solo non bisogna vergognarsene, ma ancor più va “rilanciata”, urlata sui tetti, esposta senza timori.

Ne rispondo io, ovviamente, degli ideali che stanno sotto quel termine “fascista” e rispondo anche delle conseguenze morali o politiche o sociali che ne conseguono, personalmente e attraverso me anche familiarmente.

L’importante è che nessuno che mi è vicino, familiare o amico, o che mi conosce a qualunque titolo, possa, mentendo, dire che sotto quel termine ci sia un comportamento anti umano, un’idea di ingiustizia sociale, un desiderio di potenza fine a se stessa, una negazione della dimensione spirituale e religiosa dell’uomo, una contraffazione della fede nel Dio dei cristiani, una abiura della Chiesa Cattolica.

Hai ben fatto: non hai risposto dialetticamente a chi si pone giudice tra il bene e il male, mettendo nella categoria della condanna storica irreversibile non solo chi quella storia l’ha vissuta e determinata, ma anche chi di quel periodo ne è, a volte anche suo malgrado, erede diretto. Il mondo dopo la guerra civile era diviso in due fazioni: nessuno stava in mezzo. Come pensare che chi è nato appena 5 anni dopo la tragedia della guerra civile non porti con se, nel proprio DNA e nella propria formazione culturale, le tracce e le stimate di quelle ferite che gli italiani si erano inferti vicendevolmente? Allora chi è onesto intellettualmente, o di qua o di là: pronto anche a riconoscere le ragioni del nemico (nel mio caso i vincitori), ma mai messo nella condizione di una condanna a priori, di una eterna dannazione, di un oblio della storia fino alla negazione della stessa umanità, dell’appartenenza ad un porzione di popolo in lotta per un ideale e per la vita stessa.

Non hai utilizzato argomenti dialettici, ne sei caduto nella trappola della polemica: e non conviene farla, nemmeno per difendersi accusando gli altri di emarginazione, di vessazione, di limitazione delle libertà democratiche.

No! Chi ha scelto di stare dall’altra parte, dalla parte dei fascisti, in questi 65 anni circa (tanti, tantissimi anni storicamente parlando) può rivendicare senza pietismi o accomodamenti di essere stato coerente con la propria storia familiare: e la mia storia dice che mio padre era gerarca fascista! Era anche monarchico! Mio nonno era nato sotto un’altra monarchia, quella borbonica! Ebbene? Li devo condannare ed odiare in nome di quale principio democratico? Per quale delitto?

Coerente con la propria formazione culturale: misterioso amalgama di fatti, interpretazione dei fatti, lettura del reale, giudizio di valore che ci ha “formato” così come siamo; e che infine da corpo a quella che si chiama tradizione, visione della vita e del mondo, valori, passioni.

Infine coerente, se è concesso, con i propri principi religiosi che nessuno ha il diritto di incasellare in una “parte politica o sociale” tanto lontana è l’esperienza di fede e il rapporto con la Chiesa da poter dire “tu sei di Pietro, tu sei di Paolo etc. etc”. Chi parla di valori religiosi che sarebbero stati traditi dai “fascisti”,  ha una visione della Chiesa di Cristo come di una dottrina o di una categoria sociale. Mentre l’appartenenza alla Chiesa e, di conseguenza, la difesa dei suoi valori attinge alla natura “incarnata” del Verbo e alla sua formulazione dogmatica: precede il giudizio storico, politico, sociale e anche morale (si anche morale!). La Chiesa, la religione cattolica, i valori cattolici sono talmente innestati (in virtù del battesimo) nel credente in Cristo che solo aderendo pienamente alla propria autenticità personale ed esistenziale, il singolo soggetto chiamato in causa, può dirsi cristiano, lavorare per il regno di Cristo ed essere un giorno “riconosciuto” dal Padre.

La vicenda del reprobo fascista, mette in luce come la verità sulla Chiesa e i suoi valori coniugati nella cultura del ‘900 con le categorie di Dio, Patria e Famiglia,  sono validi ancora anche per i  cristiani di oggi, mai smentiti dal Magistero Ecclesiale e pertanto vincolanti per il fedele della Chiesa cattolica! Validi da sempre (e credo per sempre) perché valori che a mio avviso superano il categoriale per qualificarsi come veri trascendentali.

A molti sfugge come questa coerenza di storia familiare, formazione culturale e fede religiosa, passi nel cuore umano e nel difficile confronto tra vita e ideali, tra fede ed etica, tra autenticità o inautenticità personale. Lo scandalo del benpensante (borghese o marxista, poco importa perché la radice è la stessa) è credere in un universo di natura pura, dove il male può essere espulso o negato, sotto categorie politiche o sociali etc. E il bene sarebbe il felice esito automatico e necessario dell’adesione ad una legge, ad una morale, ad una forma sociale e politica piuttosto che ad un altra. L’attesa messianica di un mondo puro e felice, originario ed incontaminato, che procede per esclusioni e condanne piuttosto che per inclusione e misericordia.

Mentre il vero cristiano è colui che riesce a mettere insieme natura e grazia, fede e peccato, ideali giovanili e, una volta maturo, anche conversione, ravvedimento intellettuale profondo e motivato.

Sono temi troppo importanti per ridurre il dibattito sul tema “fascista” ad una qualsiasi opposizione moralistica di vergogna o ad una pur legittima orgogliosa difesa politica.

Quello che va difeso, e tu lo hai fatto magistralmente (e te ne ringrazio) è difendere insieme alla verità sul proprio padre (è quello che è!) la propria radice umana e storica che è l’unica certezza che abbiamo: sono i tuoi genitori che ti hanno messo al mondo (esistenza), educato (cultura) e battezzato (fede e religione).

Non c’è ideologia, storia politica, evento umano, peccato, debolezza, limiti che possano scardinare questa verità fondante. Poi ciascuno costruisce la propria storia personale con il proprio materiale esistenziale, anche allontanandosi dai genitori: ma che senso ha ” vergognarsene”?

Si dovrebbe vergognare chi ha posto la questione come “vergognosa”. Per questa persona, che rappresenta un vasto mondo di censori del bene e del male storico, valga la patetica considerazione degli enormi limiti intellettuali ed umani.

Chi ha il coraggio e la libertà di dichiararsi fascista o di apprezzare un padre fascista, appartiene davvero ad un altra dimensione per cui può, senza rancore, non portare odio, ma mai cedere alla capziosa e diabolica domanda che vorrebbe portarci tutti e soprattutto i giovani fuori dalla realtà e della verità.

Saverio De Lorenzo

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