L’ideologia di Maastricht/2: i Santi Parametri

Commissione-Europea1Nel percorso che porta ad una scelta politica, un fattore fondamentale è il timing della decisione, cioè la capacità del attore politico di sfruttare il momento giusto per dare la spinta decisiva al processo di trasformazione politica. Kingdon la chiamava una “finestra di opportunità”. È indubbio che una finestra simile si spalancò ai “politici” italiani agli inizi degli anni ’90, non soltanto per accelerare il viaggio dell’Italia verso la moneta unica, ma soprattutto per nascondere all’opinione pubblica le verità sul Trattato che il Belpaese si stava accingendo a firmare. O, meglio, che i suoi governanti-tecnici si stavano affrettando a sottoscrivere.

 Il silenzio attorno a Maastricht

È lo stesso Enrico Letta, nel suo “Euro sì. Morire per Maastricht” ad ammettere che la crisi valutaria del 1992 e la successiva Tangentopoli crearono le condizioni affinché i parametri rimanessero “praticamente inesistenti al di fuori della cerchia ristretta degli specialisti”. E questo non solo perché la lingua tecnica e confusa con cui sono scritti ne rende impossibile la comprensione ai più, ma anche – e soprattutto – perché la ratifica è avvenuta per vie parlamentari. Se le manovre finanziarie di Prodi e Ciampi evidenziarono lievemente qualche aspetto della vicenda, i riflettori si accesero solo con l’arrivo al potere del primo Governo Berlusconi, perché – ci dice Letta, non senza evidente disprezzo – “al governo c’erano correnti di pensiero che contestavano apertamente l’Europa di Maastricht”. Come a dire, se non fosse andata così, probabilmente il velo avrebbe coperto per ancora qualche tempo i Parametri di Maastricht e tutto ciò che gli ruotava (e purtroppo ancora gli ruota) attorno. Con quali risultati? Non è dato saperlo, ma possiamo immaginare che di certo non avrebbe aumentato la già esigua parvenza di democraticità che il carrozzone Europa stenta ad avere. Ai cittadini è concesso il voto, sì. Peccato sia inutile: quale potere decisionale ha il Parlamento Europeo? Nessuno.

Santi Parametri

Secondo l’attuale primo ministro, un’analisi attenta dei Parametri di Maastricht permetterebbe di considerarli un “bene prezioso, in particolare per l’Italia”. Come tutti i manifesti che si rispettino, anche quello a difesa dell’Euro deve trovare delle colonne che possano reggere tutta l’impostazione ideologica. Era necessario santificare i parametri per renderli intoccabili, sacri, perfetti. Se il Trattato fosse diventato inamovibile, allora l’Europa dell’Euro sarebbe diventata un punto fermo della storia comunitaria, da cui non si sarebbe potuto tornare indietro. Per questo gli ideologi della moneta unica hanno redatto l’elogio dei Parametri, nascondendone l’evidente irrazionalità tecnica ed economica. Sono stati presentati all’opinione pubblica come la nave inaffondabile che avrebbe condotto gli Stati nazionali all’isola felice dell’Europa della moneta unica.

I vincoli del Trattato – sta scritto nel Manifesto – avrebbero reso l’Italia come una “persona che segue i criteri del buon padre di famiglia, senza lasciare debiti ai figli”. Per questo sono stati partoriti i famosi limiti per il debito/Pil e deficit/Pil. In linea di principio, tutto vero: nessun padre di famiglia lascerebbe in un mare di debiti i suoi cari. Ma può bastare questo per giustificare dei parametri economici che, alla luce degli sviluppi dell’economia mondiale, si sono rivelati un grave errore?

Una follia ancora maggiore è considerarli irremovibili e non modificabili. Se n’è accorto anche Prodi ultimamente. Eppure, invece di alleggerire i parametri si è pensato di firmare il Fiscal Compact che li ha inaspriti.

Per spiegare come tali parametri, numericamente, siano molto lontani dalla perfezione, è sufficiente dire che essi si basano su un principio economico assurdo. La determinazione del limite del 60%, per esempio, avvenne più o meno così: ci si attendeva una crescita nominale del 5% (crescita reale 3% con inflazione al 2%) e un fabbisogno del 3% (per maggiori dettagli, goofynomics.blogspot.com). Insomma, Maastricht si fonda su un assurdo economico: fissare, per decreto, il tasso di crescita di un paese al 5%. Senza considerare che, invece, questo può (e lo abbiamo visto con l’ultima crisi) variare eccome. Da qui ne consegue che un Paese, per sopravvivere, deve necessariamente sforare il tetto del debito/Pil o ridurre il fabbisogno ben sotto il 3%. Cosa che in periodo di crisi e recessione significa ricorrere alle famose soluzioni “lacrime e sangue”. Il tutto per un valore – di fatto – basato sul nulla.

Secondo il premier Letta, l’altro grande merito dei parametri di Maastricht sarebbe quello di aver regalato all’Italia una “politica monetaria fatta di certezze (…) imperniata attorno ad una moneta forte”. È vero. Ma siamo così sicuri che sia un vantaggio?

defictestero_okL’Italia dal 2000 si sta indebitando per finanziare il deficit di esportazione che accumuliamo a causa della “moneta forte” che rende evidentemente non competitivi i nostri prodotti. E questo ha “giocato un ruolo essenziale nella crisi che siamo vivendo” (Bagnai 2006). L’Euro è l’equivalente di un sistema dei cambi fissi (com’era lo Sme negli anni ’80 e ’90). Nel 1992 l’Italia andò in crisi a causa dell’indebitamento estero e si risollevò grazie alla svalutazione competitiva della lira. Oggi, invece, l’Euro rende impossibile svalutare la moneta e questo porterà a un “lungo e penoso processo di deflazione dei salari e dei prezzi (…) che imporrà all’Italia l’uscita dall’Unione monetaria, il ritorno alla lira e il ripudio del debito denominato in euro” (N.Roubini in Bagnai 2012).

Ma la moneta unica e i suoi parametri sono sacri. Piuttosto s’immoli il Paese in loro onore.

Non finisce qui. Per diventare Santi non basta un miracolo. Il Trattato di Maastricht, a detta di Letta, avrebbe ridotto l’inflazione e promosso uno sviluppo strutturale dell’occupazione. Sull’inflazione, tutto vero: si sta stabilizzando, ma l’assenza di crescita rischia di trascinare l’Italia nel baratro della deflazione. Quello sì che è un problema.

Sull’occupazione, un’altra bugia ed errata valutazione. Oggi, infatti, il tasso di disoccupazione è più alto che nel lontano 1994, quando da poco iniziava il lungo percorso che da Maastricht ci avrebbe portato alla moneta unica.

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Guardiamo il grafico: è questa la “crescita occupazionale stabile” promessa dai sacerdoti di Maastricht?

Giuseppe De Lorenzo

Capitolo 1: La moneta a tutti i costi

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2 risposte a L’ideologia di Maastricht/2: i Santi Parametri

  1. Jacopo Sian ha detto:

    Leggo solo ora questo post datato gennaio 2014. Davvero complimenti, al blog e nello specifico all’ autore, per aver prodotto un articolo volto a mettere in evidenza le criticità di una moneta (e di una politica economica europea) nata male e cresciuta peggio. Per troppo tempo la questione è stata sottratta al naturale dibattito democratico bollandola come un semplice latrato populistico: è ora che i nostri media comincino ad informarsi e ad informare in modo serio. Che è esattamente ciò che avete fatto voi.

    Jacopo Sian (@OfficialCeks)

  2. ideaoccidente ha detto:

    Caro Jacopo, ti ringrazio per i complimenti. Il tema della moneta europea e di una politica economica con ogni evidenza erronea e suicida dovrà necessariamente, prima o poi, giungere con maggior forza ai media nazionali. Senza che, ancora una volta, vengano celate e mal considerate le tesi di chi non vede nell’Euro il valore unificante dell’Europa, ma piuttosto il fattore che disunisce. Mentre i grandi giornali dormono, noi facciamo il possibile: sperando che si possa diffondere quanto più possibile.
    Giuseppe De Lorenzo (@GiusDeLorenzo, @ideaoccidente)

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