L’ideologia di Maastricht/1

DownloadedFile-1“Molti intellettuali credono che essere intellettuali significhi enunciare ideologie (…) Questo senza curarsi della realtà, dell’uomo(…). Così Oriana Fallaci si esprimeva a riguardo delle ideologie, biasimando gli intellettuali che attraverso di esse davano senso agli eventi. Ogni tempo ha avuto la sua ideologia, non solo il XX secolo. Ora che la storia e la politica non s’interpretano più in base ai grandi schemi del ‘900, bisogna chiederci se oggi si sia creato un nuovo modo per decifrare la realtà e dirigerla. L’ideologia europea si chiama Euro. La moneta unica, infatti, sta dettando i tempi di tutti gli ambiti della vita quotidiana delle persone: non è solo una moneta. È qualcosa di più. Gli Euro-peisti, cioè quelli che non considerano possibile un’Europa senza Euro, hanno sposato la valuta comunitaria e attraverso di essa stanno decifrando “la vita secondo formule e verità assolute”. Spread, Debito e Pareggio di bilancio sono le nuove parole d’ordine di un regime che si dice democratico, ma che ha svuotato la scatola della democrazia dal suo contenuto. Sovranità nazionale, sovranità monetaria e volontà popolare, invece, sono i mostri da combattere, espressione dei “populismi” che ci riporteranno ad un’Europa divisa e, perché no, in guerra. Ma è la propaganda dei burocrati di Bruxelles a disegnarli così: nemmeno negli animi più accesi delle frange euroscettiche si prospetta un’Europa di nuovo in conflitto. Quello che si chiede, invece, è un continente che cooperi sì, ma che non sacrifichi le prerogative nazionali e continentali a un progetto monetario che ha già dimostrato tutti i suoi difetti.  “L’oggettivo senso di appartenenza evocato dalla moneta”, che Enrico Letta si auspicava e immaginava nel lontano 1997, non si è visto negli italiani, che secondo alcuni sondaggi tornerebbero volentieri alla lira (un partito no-euro arriverebbe al 20%) e vedono nell’Unione Europea un enorme apparato, lontano dalle loro esigenze. L’Eurobarometro parla chiaro: le interviste a cittadini europei svolte nel giugno 2013 evidenziano un diffuso disinteresse per i fatti e le istituzioni europee, nonostante esse siano – di fatto – molto incisive nelle dinamiche politiche e sociali dei paesi membri. Alla domanda: “Ti definiresti interessato agli affari Europei”, la maggioranza dei cittadini ha risposto ‘no’. La percentuale di interessati è ferma al 43%, con un calo dell’8% rispetto al precedente rilevamento condotto tra novembre e dicembre 2012. Ancor più marcato il calo nell’Eurozona, dove è scesa dal 51% al 42%. In Italia si è passati dal 52% al 46%, con una contrazione di sei punti. Crolli ancora più consistenti si sono registrati in Francia, dove si è passati dal 49% al 36% (-13 punti) e in Germania, dove dal 61% si è scesi al 49% (-12%). (http://www.eunews.it/tag/eurobarometro).

L’ideologia dell’Euro ha le sue parole d’ordine, abbiamo visto. Ha anche una data cruciale, cioè quella della firma dei Trattati di Maastricht: 7 febbraio 1992. Infine, ha i suoi manifesti. Tra i tanti usciti (anche ultimamente) a difesa dei benefici che la moneta unica avrebbe portato all’Europa, esamineremo il libro “Euro sì. Morire per Maastricht”, scritto da Enrico Letta e già citato altre volte su questo blog.

 La moneta a tutti i costi

Durante il lungo processo d’integrazione europea, erano due i paradigmi principali che guidavano il progetto di costruzione di una moneta unica europea che potesse opporsi al dollaro. Il primo, credeva necessario provvedere dapprima all’unificazione politica ed economica dei paesi e solo successivamente adottare la moneta unica. Com’è noto, invece, a spuntarla furono i sostenitori del processo inverso: prima la moneta e, attraverso di essa, l’unione politica. “L’aborto della Ced (Comunità europea di difesa, NdR) e della Cpe (Comunità politica europea, Ndr) (…) fu la fortuna dell’Europa”, affermava Letta, secondo cui attorno all’Euro si sarebbe costruita l’unificazione economica e politica del Vecchio Continente. Era il 1997 quando l’attuale primo ministro si gettò in queste previsioni. Ora, dopo 14 anni di moneta unica, si può davvero affermare che l’Euro abbia svolto il ruolo che gli era stato riservato, cioè di essere il centro di gravità per la creazione di una grande Europa unita? L’unificazione economica c’è stata? E, soprattutto, quali convergenze politiche si sono sviluppate?

Per essere onesti è giusto dire che di direttive europee ne sono arrivate, negli anni, moltissime. Persino su come standardizzare i cessi, così da essere certi che nell’area Schengen si stia seduti sul water come se si stesse sempre a casa propria. Per le cose importanti, invece, di accordi se ne son trovati ben pochi. Pensiamo a quanto si è dibattuto riguardo gli Eurobond, la convergenza delle economie, gli aiuti ai paesi in difficoltà e il controllo bancario europeo. Niente di quanto fatto in questi ultimi anni fa pensare ad un’Europa che si dirige decisa verso l’unificazione, quel fantastico sogno chiamato “Stati Uniti d’Europa”. Piuttosto, si vedono paesi che tirano la cinghia e altri che corrono, senza voltarsi indietro.

La convergenza economica dei paesi candidati ad entrare nell’Eurozona era una delle condizioni per la creazione della moneta unica, così da assicurare un sistema omogeneo che potesse adottare la stessa valuta senza subire shock economici. “Convergenza” significa che i livelli di Pil-pro capite dei diversi Stati devono tendere verso un livello comune. Oltre a questo, ovviamente, i paesi dovevano dimostrare di non avere deficit di bilancio alti, un debito contenuto, inflazione e tassi d’interesse controllati.

Osserviamo i grafici qui sotto:

pil-pro-capite

pil

Come è facilmente intuibile dai grafici, se effettivamente i principali paesi europei prima dell’adozione dell’Euro  avevano economie che tendevano ad una graduale convergenza, a seguito dell’introduzione della moneta unica la Germania ha conosciuto una crescita evidente del suo reddito pro capite, mentre per l’Italia la tendenza è stata verso una sostanziale riduzione della ricchezza. Stesso dato è osservabile dalla tabella successiva, dove si evidenzia una riduzione (-5,6%) del Pil-pro capite in Italia dal 2007 al 2013, a fronte di una crescita importante in Germania e Francia. Eppure la crisi economica scoppiata in America e rapidamente diffusasi anche in Europa c’è stata (e c’è ancora) per tutti.  Pur ammettendo che non può essere considerato come l’unico fattore interveniente, non si può negare che l’Euro abbia avuto un ruolo centrale nel generare queste divergenze.

Mentre Letta nel suo libro afferma come sia necessario che alla base dell’Euro “vi sia un’entità certo non completamente uniforme, ma almeno omogenea”, nella realtà attuale questo non si verifica. Se l’obiettivo era che “la media tra le diversità non sia un punto centrale tra picchi lontanissimi l’uno dall’altro”, non è stato raggiunto. Dunque, analizzando quanto scritto nel “Manifesto di Maastricht” e i dati che emergono a seguito della crisi economica mondiale, si può dedurre che non ci sono più i presupposti per tenere l’Euro o che le condizioni pensate non erano sufficienti per sostenere una moneta unica in Europa. Così l’Euro sta diventando uno strumento di divisione, con paesi che traggono vantaggi enormi da una moneta molto forte ed altri che sono costretti a strozzarsi per restare aggrappati al treno valutario. A questo punto, non è forse meglio scendere?

 Giuseppe De Lorenzo

Prossimo capitolo: “Santi Parametri di Maastricht”

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