Edipo biancorosso, cronaca di una tragedia domenicale

grifo

Mi ero ripromesso di non fare presente a nessuno ciò che mi stava capitando, e di rimanere chiuso in me stesso in silenzio; lo stesso silenzio opprimente che mi aveva accompagnato dall’imbocco dell’uscita delle gradinate del Curi fino alla macchina. Del resto pensavo che nessuno avrebbe potuto capire ciò che stavo provando. E nessuno poteva capire il motivo del mio pianto, nascosto da quella sciarpa biancorossa di lana pesante. Poi poco a poco mi erano incominciati ad arrivare sul telefono messaggi di persone che mi conoscevano, e mi conoscevano bene! Mi abbracciavano con il pensiero e mi chiedevano di non mollare: fu lì che capii di non essere affatto solo.

Così alzai lo sguardo dal terreno sconnesso e mi guardai attorno. Vidi tante persone piangere con me; e  iniziai a pensare da uomo prima ancora che da tifoso. Quello sconvolgimento non era affatto casuale per nessuno di noi e, soprattutto, non c’era nulla di futile, di irrazionale, di inspiegabile.

Così mi ricordai di quando da piccolo mi ero innamorato di quel simbolo fiero e meraviglioso, e di quando le prime volte andavo allo stadio con mio padre. E del perché volevo a tutti i costi andare in curva: mi piaceva quello strano sventolio di bandiere che scandiva il gioco. Ma soprattutto, mi piaceva farmi spiegare da mio padre cosa stessero facendo quegli uomini biancorossi che correvano su e giù con tanta foga. E quegli stessi calciatori ritornavano molto spesso nelle mie discussioni di bambino timido che provava a riempire i silenzi, dati dalla mia chiusura, per provare a scoprire le persone.

C’era tutto un mondo di bellezza di amore e di dolcezza intorno a quei colori. Una magica alchimia, il cui risultato era ben maggiore della somma di tutti gli addendi. Era amore, insomma. La vita di tutti gli uomini, mi sarei accorto col tempo, al di fuori di quel rettangolo verde si svolgeva attraverso delle linee drammatiche e crudeli dettate dal destino. Le malattie incurabili, la solitudine esistenziale, i pregiudizi, la cattiveria, le morti ingiuste e inaspettate. Tutti gli uomini ne erano ugualmente esposti, e questa sofferenza era ovunque e per sempre, sebbene spesso ben nascosta dai luminosi neon della città e dai forzati sorrisi degli studi televisivi.

Ma c’era un momento nella settimana in cui tutta quella sofferenza magicamente scompariva, in cui il tuo destino era inscindibilmente legato a quello dei Grifoni; uomini di tutti i tipi si abbracciavano e si rispettavano in curva, cantavano e si infuriavano allo stesso momento. Il povero, il debole e il malato potevano finalmente gioire al gol come sarebbe stato giusto fossero felici e sereni nella vita. Veniva meno la tua storia, e prendeva spazio quella del Perugia: io facevo parte di quella squadra e la squadra era parte di me.

Cosa poteva importare di sentirsi soli o diversi quando, con un gol, tutta quella sofferenza se ne andava? Come potevi pensare a quel postaccio che è il mondo quando,  con quattro belle pappine, piegavi le fere nel derby o strapazzavi l’Inter in corsa scudetto?

Mi piaceva inoltre pensare che il Fato in campo non aveva un ruolo effettivo: se avessimo perso, sarebbe stata colpa mia, che non avevo cantato o non ci avevo creduto abbastanza. E se avessimo vinto, la mia voce sarebbe servita a qualcosa. Avevo lottato e sofferto anche in quella dimensione, come feci nella vita reale. Pensieri, questi, che mi avevano sempre spinto a vedere il Grifo come chiave interpretativa e metodo di paragone della stessa esistenza.

E così, anche per quella partita, in un impeto di finalismo deterministico, mi piaceva immaginare un sicuro lieto fine.

Il minuto era il 38′ della ripresa e il risultato era 0-1. Un Perugia bloccato e privo di spunti non sapeva più che arma utilizzare per cercare il gol. Un giocatore pisano simula l’ennesima caduta: secondo giallo, Pisa in 10! Quella stessa scintilla di passione che muove il mondo ravviva improvvisamente quindicimila uomini sugli spalti. Di nuovo la squadra si prepara ad agitarli, e di nuovo quelli sono dentro alla squadra, per scuoterla più forte col boato. Su Pian di Massiano si è affacciata una nobile speranza, vincere tutti insieme! Siamo tutti una cosa sola.

In due minuti il Dio del Calcio dà prova di grande predisposizione per il colpo di scena: quasi fosse l’ingresso del deus ex machina in una tragedia greca, il pallone, dopo un alto rinvio della difesa, si abbassa improvvisamente al limite dell’area di rigore verso la lucente testa di Tozzi Borsoi. Sarebbe scontato un suo gol; ma il Dio del Calcio ha già stabilito che per lui c’è un altro ruolo.

Tozzi sfiora e la palla scorre a Ciofani, il quale, nonostante l’equilibrio precario, trova un buco per far passare il deus ex machina: è 1-1. La curva esplode, cado per la prima volta. Non è tempo di assecondare la gravità, dovevamo ancora cantare. Dopo un minuto Fabinho incomincia a danzare. C’è il sole, un pallone e tanta gioia. Anche questa volta Fabinho è solo il geniale tramite di un sofisticato sistema di codici universali.

Il passaggio filtrante è di quelli illuminanti, Nicco lo rincorre e lo prende in quella zona di campo a ridosso dell’area piccola del portiere che chiunque abbia giocato a calcio sa quanto possa essere pericolosa. Nicco non pensa nemmeno al tiro, ma con un tocco di destro fa passare la palla parallelamente alla riga di porta. La attraversa tutta, e quegli attimi pesano come macigni sui nostri cuori.

Noi tifosi eravamo un unico essere insieme ai calciatori e al pallone, e non volevamo privarci la mirabolante goduria di soffrire ancora. Nessuno arrivava, ma solo perché Rantier doveva ancora recitare le parole dell’eroe “Segneremo”. Era tutto lì, il tragico e il comico della vita, l’imbarazzante peso di un secondo di esistenza, la forza cosmica del big bang e di quella più umana della volontà di potenza. Una vita di sacrifici e di rinunce che si palesava in un gesto atletico, in un atto di libertà e di giustizia. Le nostre mediocri vite potevano finalmente aspirare a qualcosa di artisticamente valido, e non solo ad un Amleto che si interroga sull’Essere, ma in un Edipo che arriva alla Soluzione.

E la palla infatti parte, evita il palo con rassicurante distanza, e il portiere non può fare altro che fermarla una volta già entrata. La curva Nord esplode di nuovo, stavolta su se stessa, mentre quei Grifoni corrono in giro per il campo alla ricerca di un abbraccio liberatorio. Così Tozzi Borsoi, che butta in terra chiunque provi a fermare la sua corsa da cavallo impazzito. Il Caos mistificatore ha preso il sopravvento sull’Ordine, le Baccanali sono giunte in città. Inizio a gridare più forte che mai delle vocali a caso, sprigiono così tanta forza da far cadere un mio amico nel gradone di sotto, e stritolo uno sconosciuto che cercava conferma di non essere l’unico a sognare. Gli occhi iniziano ad inumidirsi.

A 20 anni, sei giovane forte e innamorato della vita: non speri in altro che in questo. Noi quindicimila eravamo compiaciuti da noi stessi, avevamo vinto tutti insieme. Ma si sa, Edipo ribalta le prospettive umane. Non era più vero che la sofferenza faceva conoscere; scoprimmo che la conoscenza fa soffrire. O meglio, quell’epilogo che pensavamo di conoscere, era il prologo che temevamo di scoprire. I nostri Grifoni avevano finito per dimenticare tra i festeggiamenti, ciò che gli avevamo cantato da qualche settimana, e che noi stessi pensavamo di dare per certo.

“Gol, Perugia Gol, fino al novantesimo!”.

Mai uno slogan fu vaticinio più funesto. Dopo pochi passaggi, assaggiamo il gusto amaro della tragedia, che voi già conoscete: l’eroe è il veicolo dell’insegnamento,  non il fruitore. E dopo l’esodo il silenzio. Quello stesso silenzio che  mi accompagna all’uscita, mentre lo sguardo severo del Cassero ben visibile da Pian di Massiano mi ricorda il suo insegnamento: bisogna essere forti e resistenti.

E quello stesso silenzio da cui sentivo non sarei mai riuscito a liberarmi, come d’altronde la scintilla che mi permetteva di vivere in questa paradossale armonia cosmica, mi fecero capire che non ero affatto solo. E che avevo tanti eroi accanto. Non era la fine, ma come sempre, per il Perugia che avevo conosciuto, era solo l’inizio di una nuova battaglia: nella speranza che tutti coloro che con me piangevano quel giorno, abbiano trovato, nel ricordo, la forza di andare avanti.

E se dovrò trovare un compromesso con tutti coloro i quali criticheranno questo mio idealismo, questa speranza di vedere il mondo attraverso una lente di fiducia e gioia, questo mio credere in una scintilla che rende il totale maggiore della somma degli addendi – in una sola parola sperare che ci sia del sentimento oltre questa grigia materia- sarà solo e soltanto quello di giurare, al prossimo gol, di rimettermi subito ai posti di combattimento. Fino al novantesimo.

Albert Verdese

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