“Cultura e conflitto”, la nostalgia del ’68 alle elezioni universitarie

logoculturaeconflitto_0Alle elezioni universitarie voteremo Brigante. Oppure Choosy, o anche NoRacism. Volete uscire dal “buio istituzionale e politico in cui siamo precipitati?”. Bene, votate Antifa. Se proprio non è l’antifascismo il valore che credete necessario per risollevare le sorti dell’Università pubblica, allora fate una crocetta su Articolo33. Che non sono i fratelli maggiori di quelli che cantavano l’”Italiano Medio”, ma richiama ad un comitato che promuove il referendum contro le scuole paritarie. L’importante è che sia “anti-”. Se, invece, volete andare sul classico, scrivete Partigiano. Così potete stare tranquilli, vi sentirete come un vecchio democristiano quando vedeva lo scudo crociato nel segreto dell’urna. Non si può sbagliare. Chi c’è dietro, non importa. Si presenta Partigiano: basta e avanza, è una certezza.

Cultura e Conflitto. Questo il nome del movimento politico bolognese che nasconde i propri candidati dietro quelle bandiere. Per combattere il personalismo, dicono. La scelta ci lascia un po’ perplessi, ma soprassediamo.

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Dalle loro parole pare abbiano nostalgia del ’68. Non degli anni di piombo che vennero poi – no quelli no – ma di quel moto rivoluzionario(?), un po’ fricchettone, in cui “partigiano” e “antifascista” erano due ottimi lasciapassare. Era coinvolgente e proponeva qualcosa in cui credere. E poi c’era la Rivota dietro l’angolo: “oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”, direbbe Gaber. Nonostante il muro di Berlino sia caduto da un bel pezzo, siano scomparse le falci e i martelli, gli slogan rimangono gli stessi, le parole d’ordine non sono cambiate. Né nella forma, né nel contenuto. Nemmeno noi ci volevamo credere, ma a Bologna è così: una delle sue più grandi vie è intitolata a Stalingrado. Niente di che stupirsi.

Noi, che dopo più di 60 anni dalla fine della guerra mondiale e 40 dalla Contestazione, vorremmo che si guardasse avanti, rimaniamo increduli nel leggere come ancora oggi occorra invitare a scrivere “Antifa” e “Partigiano” su una scheda elettorale per proporre il cambiamento. Ci sconvolge – lo ripetiamo -, ma potremmo anche passarci sopra. Più che alla forma (lo scrive nel volantino anche Cultura&Conflitto) bisogna guardare ala sostanza. Così, siamo andati a leggere il programma, o meglio i proclami.

Cultura, autogestione, conflitto, svago. Ma anche Rivolta, operaio e privati. Queste le parole d’ordine. È un programma urlato, ancorato al passato, nostalgico di un tempo andato e rimpianto: con idee un po’ già sentite, altre noiose. Molto fuori tempo e con poche novità. Anche nella forma i messaggi rimangono gli stessi, con qualche piccola modifica: ritorna la contrapposizione operaio-padrone, la laurea d’élite opposta all’università orizzontale, il pubblico contro il privato. Idee ideologiche, o filtrate nell’ideologia. Ci perdonino, quindi, se ci permettiamo di criticare. Ma la Costituzione (così ammirata) ce lo permette e bisogna prenderne atto.

In primo luogo, la demonizzazione del privato. Che è il male per eccellenza, quando il pubblico sono anni che non funziona ed è stato incapace di gestire le risorse. Sprechi e arretratezza non sono una favoletta. Non che le Università debbano essere tutte private, per carità. Ma questo inno all’odio del non-pubblico ci sembra legato a doppio nodo con una concezione ottusa del privato, che deve essere necessariamente rappresentato come il male. Perché l’investimento di un’impresa dovrebbe precludere una “ricerca realmente libera e non incatenata agli interessi di chi la finanzia”? Mistero. Però li capiamo: se si ha un nemico dichiarato – il privato – bisogna combatterlo. Senza se e senza ma. Cioè ideologicamente.

Poi, ci si scaglia contro il test d’ingresso che è volto ad escludere “il figlio dell’operaio che vuole diventare dottore”. Sono ancora schemi del passato rigirati come una frittata, senza nemmeno il buongusto di modernizzarne il linguaggio. Operaio e padrone: Conflitto. Ma è davvero ancora così? O, forse, è ancora una volta un modo di vedere il mondo distorto, annebbiato da schemi che devono portare al conflitto, il quale – in fondo – rimane l’unica sterile ragione dell’azione politica?

Per finire, nel programma c’è un inno al tempo libero ed allo svago: occasione di formazione e di crescita che l’Università dovrebbe garantire. Qui si vede la nostalgia per quei tempi fricchettoni e del vietato vietare. E’ vero, non di solo studio vive lo studente, ma anche questo punto ci puzza un po’ di fregatura: chi è capace, meritevole in un’Università meritocratica – per usare un’altra parola d’ordine –, saprà autonomamente trovare gli spazi per sé. Senza bisogno di un rappresentate nella Scuola che proponga il corso di bevute-in-Piazza-Verdi, 10 cfu. Cosa dovrebbe fare il Rettore? Seguire i consigli di Cultura&Conflitto e disporre che si possa studiare di meno e svagarsi di più, per far ritornare la città una “fucina di saperi in ogni angolo”? Gli stessi angoli che – chi vive a Bologna lo sa – trasudano la puzza di “piscio” (termine tecnico) di chi non ha la civiltà di fare i bisogni a casa. Che sia, anche quella, un’esperienza formativa.

Giuseppe De Lorenzo

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16 risposte a “Cultura e conflitto”, la nostalgia del ’68 alle elezioni universitarie

  1. juls* ha detto:

    sei solo un povero cretino senza nessun tipo di cultura che si diverte a puntare il dito su tutti come se fosse l’unico conoscitore della storia,, dell’economia e del mondo intero. ma studia ( soprattutto la grammatica italiana) e poi ne riparliamo!
    Onniscente di questa pippa!
    Juls*

    • ideaoccidente ha detto:

      Vedo con piacere che non hai avuto il buon gusto di firmare il tuo commento. E prendo atto con altrettanto piacere delle argomentazioni con cui rispondi al mio articolo: “cretino senza nessun tipo di cultura”, ma soprattutto “ONNISCENTE di questa pippa!”. Credo che potremo riparlarne subito: se devo studiare la grammatica italiana per stare al livello di chi scrive “onniscente” senza “i”, penso di non dover fare grandi sforzi.
      Attendo tue argomentazioni più serie.

      G.DL.

  2. Domenico ha detto:

    La tua ideologia, di chiaro stampo neoliberista, non ti permette di affrontare il problema in modo serio, tagliando (volutamente) probabili approdi e orizzonti. E’ ovvio che questa cesura tende a demonizzare il pubblico, contrapponendolo all’efficientismo di tipo privatistico con la solita polemica sterile. Bene, se proprio vogliamo affrontare la questione bisogna basarsi su dati reali e non sulle ideologie. La prima considerazione da fare è questa: il taglio di risorse al settore pubblico. E’ possibile avere un servizio di qualità senza finanziarlo in modo adeguato ? E’ ovvio che no, ma questo non significa che non bisogna eliminare gli sprechi! Come ben sai la qualità e la quantità di produzione è proporzionale al capitale investito! Più investi più guadagni. E’ ovvio che il guadagno nel settore pubblico è trasmutato da “profitto” a “qualità e quantità”, in quanto il plusvalore non va in tasca al proprietario dell’azienda ma viene re-investito in altri servizi.

    Analizziamo ora gli sprechi e proviamo a trarre delle conclusioni. In molti casi di “mala gestione” possiamo osservare che i buchi di bilancio derivano da appalti a aziende private. Prendiamo il caso della sanità pugliese: una inchiesta (http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/06/19/news/sanit_puglia-34692375/) mostra come il privato, attraverso la corruzione, favoriva la propria azienda. E’ cosa ovvia che il privato vuole una posizione “monopolista”, cioè eliminare la concorrenza e per far ciò deve usare tutti i mezzi che ha a propria disposizione: concussione, abusi di ufficio, corruzione, etc. Questo ci indica una unica soluzione: il privato per sua stessa natura tende a guardare al profitto a “breve periodo”. Ciò cosa comporta? Che il profitto giustifica qualsiasi azione. Quindi non dobbiamo stupirci se vengo commessi dei reati ai cittadini e quindi allo Stato.

    Ciò che tu tendenzialmente vedi come spreco in realtà è ben chiarito dalla Costituzione: “Gli uomini, a prescindere dalla diversità di attitudini, di sesso, di razza, di nazionalità, di classe, di opinione politica e di religione, sono uguali di fronte alla legge e hanno diritto a uguale trattamento sociale. È compito perciò della società e dello Stato eliminare gli ostacoli di ordine economico-sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza degli individui, impediscono il raggiungimento della piena dignità della persona umana e il completo sviluppo fisico, economico, culturale e spirituale di essa”.
    Rodotà ha fatto un esempio: “quando un bambino è stato cacciato fuori dall’autobus perchè i genitori non potevano pagare i quattro euro del pullman scolastico, in quel preciso istante, si è lesa la dignità, non solo del bambino ma dell’intera società”. E’ compito dello Stato rimuovere queste disparità sociali tra il ricco e il povero.

    Domenico – Cultura e Conflitto.

    • ideaoccidente ha detto:

      Rispondo con piacere ad un commento argomentato.

      Partiamo dall’inizio: credo te abbia tratto conclusioni affrettate quando affermi che io voglio “demonizzare il pubblico, contrapponendolo all’efficientismo privato”. In realtà – lungi da me, tra l’altro, essere “di stampo neo-liberista” – quello che ho cercato di sottolineare nell’articolo è come, al contrario, siate proprio voi a demonizzare il privato, contrapponendolo all’efficientismo del pubblico.
      Scusa il gioco di parole, ma ho voluto rigirare la tua frase appositamente. Quello che scrivi nel commento mi ha dato ulteriore prova del fatto che la fiducia che riponete nel pubblico sia troppo (troppo!) alta rispetto a quello che ha saputo fare in questi anni. Vogliamo parlare delle municipalizzate? Oppure dell’Università e della scuola?

      E’ sbagliato quando dici che ” la qualità e la quantità di produzione è proporzionale al capitale investito!”. O, almeno, non vale per l’Italia. Come esempio prendiamo la scuola, settore in cui siamo considerati da Terzo Mondo in quanto a “qualità”, ma spendiamo ben sopra la media OCSE (capitale investito). E questo è solo un esempio.

      Vedi, il problema non è dove vada a finire il surplus di produzione delle aziende pubbliche (siamo sicuri che vadano in altri servizi?), ma che spesso il rapporto capitale investito-qualità prodotta non è adeguato. Anzi.

      Per questo il vostri slogan mi sembravano e mi sembrano tuttora pieni di “demonizzazione” del privato: perché un’economia, una scuola, un’università a solo finanziamento pubblico non è sostenibile ed è sotto gli occhi di tutti. E non è sostenibile nemmeno il livello di spreco che produce l’amministrazione pubblica, soprattutto nelle Università stesse: penso te sappia che è altissima la percentuale di fondi stanziati per l’università che viene inutilmente perso.

      I tagli non sono il problema delle Università, semmai lo è chi ha gestito in maniera barbara i soldi stanziati fino ad ora e che si pulisce la coscienza lamentandosi – ora – delle poche risorse.

      Ripeto: non sono neo-liberista. E sono convinto che lo Stato debba avere un ruolo in tutto questo. Anche Adam Smith (considerato il padre del liberismo barbaro) affermava, in realtà, che il ruolo dello Stato nelle difesa, nell’Istruzione ed in alcuni servizi fosse necessaria, facesse parte del suo dovere e che – per fare questo – dovesse “investire soldi pubblici” (Ricchezza delle Nazioni).

      Quindi, anche stavolta dobbiamo rifarci al giusto mezzo fra Stato e Privati. Garantire i servizi minimi (soprattutto ai meno abbienti) è giusto, ma non si può e non potete chiedere di escludere gli imprenditori da questa partita perché, allora sì, lo si state facendo solo ideologicamente.

      G.DL.

  3. Michele ha detto:

    Esaustivo e chiaro, grande Domenico
    Michele – Cultura e Conflitto

  4. ideaoccidente ha detto:

    Bravi, almeno parlate di contenuti. Non come i vostri cugini di Sinistra Universitaria, che insultano e basta. Sono sicuro che Giuseppe vi risponderà a breve. Per il momento, anche se non dovrebbe essere necessario, vi faccio i complimenti per la replica cortese ed efficace. Mi avete fatto rimpiangere i veri comunisti, visto che a tutt’oggi siamo pieni di finti democratici e mozzarelle colorate di rosso. Non rispondo perché l’articolo non è mio: spero si apra, come già si è aperto, un dialogo costruttivo con Giuseppe.

    M.S.

  5. Steve ha detto:

    Con questo articolo hai colto pienamente la crisi di cultura e di idee, più che economica, che sta distruggendo questo paese. Bravo Giuseppe.

  6. AlmiranteEraFrocio ha detto:

    Uno con l’agendina di Giorgia Meloni non può parlare.

  7. Caterina ha detto:

    Non faccio parte di Cultura e Conflitto, ma l’ho molto in simpatia per i contenuti che esprime e, pur non potendo parlare a nome loro, mi sembra di poter ribattere a qualche punto lievemente impreciso di questo articolo. Non ho mai conosciuto una persona seriamente di sinistra che avesse “simpatia per il ’68”, almeno non per quello delle lotte studentesche di carattere evidentemente borghese (“dopo Marx, aprile”…). Mi sembra abbastanza evidente che mettere insieme la contestazione studentesca e le vere lotte operaie di quegli anni sia un’operazione un po’ fuorviante, anche se fatta in buona fede, e suggerisca un po’ violentemente che l’unica conseguenza che ne sperimentiamo oggi sia la presenza di “giovani fricchettoni perditempo che servono solo a scaldare la sedia dell’università”. C’è stato un ’68 vero, dei lavoratori, di sinistra e internazionale, che non è certo quello di Ferrara che scappa a Valle Giulia (immagine esilarante!), né quello che ha prodotto i patetici Bersani e Veltroni: putroppo oggi dicendo “68” si ricorda soltanto l’altra parte, quella associata nell’immaginario collettivo ai cazzari di cui sopra. E una persona seriamente di sinistra non pensa a questo, quando sente “’68”. Quanto al conflitto di classe, per quanto ti possa apparire obsoleto… io non ci scherzerei così a cuor leggero sul figlio dell’operaio che non può fare l’università mentre il figlio del medico può, questa è una realtà di classe che oggi esiste ed è acuita dalla crisi economica, inutile girarci intorno. Quante storie strappalacrime si vedono, in tv, del minatore che non può più permettere al figlio di continuare con gli studi? Dietro la patina edulcorata televisiva c’è una realtà. A me non sembra poi così fuori luogo riproporre l’antico conflitto, appunto.
    La demonizzazione del privato: e grazie a dio! Non puoi sentire neanche una campana scordata su sessanta milioni? La moda del momento è il debbbitopubblicobruttoecattivo, non certo la contestazione alle modalità di operare del privato, benché la crisi che stiamo attraversando sia una gigantesca crisi del libero mercato (e nessuno ne parla, tutti addosso al pubblico brutto e cattivo e al forestale fannullone!). Sia quella dei subprime statunitensi, che sono un’ennesima dimostrazione del fallimento del mercato di allocare risorse dove ce n’è bisogno (e quando mai?), e piuttosto della sua propensione a distribuirle senza criterio puntando esclusivamente al profitto immediato e di breve periodo, sia la crisi dell’eurozona, che non è causata da “un forestale per ogni albero” (cit. colta), ma è concausata dal libero scambio senza confini tra paesi europei, che ha sballato completamente le bilance dei pagamenti della periferia europea trascinandoci in una crisi di debito estero (privato, non pubblico, non interno).
    Che poi nella pratica possano esistere alcuni compromessi tra pubblico e privato ok, non ha mai ammazzato nessuno. Ma vedere la big picture ogni tanto non fa male.
    Caterina Centrone

    • ideaoccidente ha detto:

      Caterina, rispondo a titolo personale (non sono io l’autore dell’articolo). Se parli di conflitto di classe oggi, bisogna accordarsi sui termini. Se per conflitto intendi diseguaglianza, allora certo che il figlio dell’operaio non può permettersi l’università mentre il figlio del medico sì (paragone forse poco onesto, oggi le borse di studio permettono di arginare questo scarto discretamente, ma è vero che in altre situazioni l’ingiustizia si ingigantisce). Se invece per conflitto intendi il conflitto proletario-borghese, allora bisogna retrodatarsi: per il semplice fatto che il figlio dell’operaio non percepisce la diseguaglianza come motore al sovvertimento del sistema capitalista. Non vuole fare la rivoluzione, vuole diventare come il figlio del medico. Oggi più che mai vale quello che disse Ezra Pound: “Borghese vuole dire ciò che l’operaio diventa appena gli si offre la minima opportunità.”. L’istinto rivoluzionario è acqua passata, ora si dovrebbe parlare più a ragione di istinto all’imborghesimento. Non trovi?
      Per quanto riguarda il conflitto privato/pubblico, anche qui c’è da accordarsi. Bisogna capire per quale sistema di economia pubblica si opta. Il tuo discorso cerca di minare le ragioni del capitalismo imputandogli le ragioni della crisi. Ma anche questo non è un discorso onesto: il capitalismo conosce periodi di crisi. E’ storia. Ma le crisi sono proprie di qualsiasi sistema economico. Non esiste economia senza crisi, come dicono gli economisti. Mutare sistema perché ha prodotto una crisi significherebbe ambire a un sistema impossibile, a un sistema senza crisi, a un’utopia balorda. Ci sarebbe da approfondire alcuni tuoi enunciati in proposito. Mi limito a dire che esistono paesi a forte debito pubblico che non conoscono la nostra crisi (la Germania) e paesi senza il nostro debito pubblico che invece la conoscono (la Spagna). Indagarne le ragioni non è così semplice. Noi imputiamo la colpa al debito perché effettivamente la nostra macchina statale è malata, e come ogni malato bisogna curarlo prima che muoia.

      M.S

  8. Caterina ha detto:

    Sì, intendevo precisamente la disuguaglianza, effettivamente conflitto non è un termine che calza (più) perché non ci sono due parti consapevolmente in conflitto. Certo che trovo anche io che oggi il motore dell’operaio sia il desiderio di imborghesimento e non l’afflato rivoluzionario: ma questo a chi o cosa può essere imputato? E’ davvero un fenomeno positivo (per la sinistra) il cambio di linguaggio che anestetizza e pacifica automaticamente le disparità sociali, facendone un giochetto ornamentale o addirittura di contorno ad altri diritti (sacrosanti, certo, ma io non voto sel solo perché mi promette i matrimoni gay e la cannabis e mai lo farò, dato che se muoio di fame non ho i soldi né per il matrimonio né per il resto, ci capiamo?), e facendo di chi combatte concretamente per questo un facinoroso e un sovversivo da isolare, tanto che persino l’operaio stesso lo isolerebbe? E’ davvero normale che il conflitto sia accettabile, da chi è “di sinistra moderata”, solo a parole, proprio perché a parole non rappresenta una minaccia, ma una cornicetta, che non dà fastidio appunto perché è solo teorica e quindi, nella realtà dei fatti, inerte? Io questo mi chiedo. Domande aperte. E mi chiedo di chi è stata la colpa del cambiamento di linguaggio che ha portato dalla “rivoluzione” (qualunque cosa voglia dire) a ciò che sappiamo.
    Per quanto riguarda il discorso economico, parlare di sovvertire il “capitalismo” vuol dire tutto e niente, e infatti non l’ho scritto né pensato e non ho astrattamente imputato al “capitalismo” la crisi. L’ho ricondotta a una certa gestione assurda dei rapporti tra il pubblico e il privato. Un mondo alternativo c’è stato, e non necessariamente al di fuori del capitalismo. Non ho detto che sia possibile un mondo senza crisi, ma i modi di evitarle o limitarle, creando le condizioni perché gli errori privati non diventino pubblici socializzando le perdite, sono possibili. Nel commento precedente sottolineavo appunto che la demonizzazione in atto è quella del pubblico e dei suoi dipendenti, che non è causa della crisi (neanche in Italia, né in Spagna, né in Portogallo, né in Irlanda appunto, che avevano debiti pubblici molto diversi prima del 2008). Ciò che i disinformatori di massa propagano come verità è che il debito pubblico abbia fatto esplodere una crisi bancaria (!), sembra una bella verità di facile portata e persino intuitiva per chiunque (“Buuuh, oggi ho fatto sei ore di fila in ospedale, allora è vero che il pubblico è inefficiente, stato brutto cattivo e zozzo”), mentre i dati confermano il contrario, cioè che errori privati di indebitamento privato verso l’estero siano poi stati scaricati sulle spalle del pubblico. Bisognerebbe approfondire il ruolo dell’euro e le responsabilità tedesche in questo. Di debito non si muore, si vive (chi è “capitalista” dovrebbe essere a suo agio con questa verità, poi). Di cure letali e austerità invece si muore.
    Caterina

  9. Caterina ha detto:

    Aggiungerei che la non consapevolezza dell’operaio di essere parte di un conflitto di classe (parliamo allora, più genericamente, di padrone e operaio) non è una scusante alla trascuratezza nell’analisi del fenomeno, la “lotta di classe” intesa come divaricazione della forbice economica e sociale è comunque in corso, a prescindere da cosa ne pensa o ne sa l’operaio (e non sono una di quelle sinistrine fasciste che pensano che l’operaio sia un ignorantone coglione perché ha votato Berlusconi, per chiarire). Dagli anni ’80 in poi ci sono state precise scelte in questo senso, e con l’Unione Europea, lo SME e l’euro ancora di più, in particolare con valori insensati di riferimento per l’inflazione (che quando è troppo contenuta, come adesso grazie al regime eur(ope)ista, danneggia le classi subalterne, mentre quando è media normalmente le favorisce), il debito pubblico e le bilance commerciali con l’estero. Il fatto che quella che si spaccia per sinistra abbia smesso di parlare di “lotta di classe” è un chiarissimo segno della sua malafede. Il suo padre dei mille difetti, il PCI, non era certo arrivato a questi livelli. Scusate la confusione, tutto ciò per dire semplicemente che non sono da considerarsi anacronistici certi riferimenti fatti da CeC, fine.

  10. martina ha detto:

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  11. Michele - cultura e conflitto ha detto:

    Da comunista confermo tutto quello che ha detto Caterina sul ’68 e, personalmente, la dicotomia pubblico – privato non la risolvo con il criterio del “funzionamento migliore”; quella del pubblico per me è una scelta a priori non sindacabile su un piano di confronto di produttività o convenienza, io VOGLIO una sanità, una scuola, dei servizi, una cultura, dei territori pubblici, perchè sono questi i fattori che determinano la società nella quale io, in primis, voglio vivere.
    Purtroppo, alimentando la discussione virtuale abbiamo dato visibilità a questo blog, che, al di là dei possibili buoni propositi di confronto, professa un’idea globale di società ben espressa dal nome che non può in alcun modo coniugarsi con la nostra.
    In questo articolo c’è un pregiudizio intellettuale di fondo, ovvero quello per cui grazie ad una “forma” curata si possa tralasciare di curare anche il contenuto, ovvero di documentarsi sulle dovute differenze tra comunisti e hippie, tra marxisti e stalinisti e tra “’68 e ’77”.

    • ideaoccidente ha detto:

      Sono Michele Spina, un altro autore del blog, e credo che sui contenuti debba risponderti colui che ha scritto l’articolo, quindi non mi inolto. Ci tenevo però a precisare che il nome Idea Occidente non professa alcuna idea globale di società, e proprio per questo può coniugarsi con qualsiasi tipo di opinione politica. Tanto che, se vuoi esprimere le tue idee o vuoi replicare a questo articolo nella stessa forma, cioè scrivendo un altro articolo che lo confuta, sono dispostissimo a pubblicarlo.Mi trovi agevolmente su Facebook o su Twitter (@miciospina). Idea Occidente è piazza aperta, e il nome si giustifica solo e soltanto con riguardo agli argomenti trattati. Difatti, se trovassimo un cultore del mondo orientale disposto a scrivere per noi, saremmo dispostissimi a ospitarlo e mutare il nome per sua causa. Il progetto vorrebbe creare questo tipo di duttilità d’opinione, e in parte già ci stiamo riuscendo, ma certo guardiamo al futuro: siamo ancora giovani.

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