Le 9 parole dell’incoronazione di Napolitano

re_giorgio_napolitanoSe l’elezione di Giorgio Napolitano per la seconda volta consecutiva al Colle sarà il primo passo verso il semipresidenzialismo (legalmente, visto che de facto a decidere governi e programmi è già il Presidente della Repubblica), ben venga. Però lo dico subito: c’è poco da esultare. Che non si sia trovato altro, un accordo, ha dell’incredibile. La colpa è un po’ di tutti, ma un po’ più di un Pd incapace di trovare una linea interna concorde. Comunque, Giorgio II sia. Sta bene a Belusconi, benino a Bersani, benissimo a Scelta Civica. Grillo, invece, grida al golpettino, ma non ci stupisce: se non lo avesse fatto – allora davvero – c’era qualcosa che non andava.

Autoreferenziale, ripiego, dimissioni, Rete, Europa, larghe intese, bastonatore, esagerato e non-più-comunista: sono queste le parole che descrivono l’incoronazione di Napolitano e il suo messaggio (minatorio) al Parlamento (domato). Mi spiego.

Un poco autoreferenziale è stato il discorso del due volte Presidente della Repubblica, che non ha mancato di incensarsi quando occorreva, di richiamare il suo instancabile impegno nelle file parlamentari e – ormai necessario in ogni discorso che si rispetti – di piangere commosso al ricordo dei suoi ventotto anni e la prima poltrona da deputato. Ma l’elezione dell’ex Ministro dell’Interno è stato evidentemente un ripiego. E l’ha ammesso anche lo stesso Napolitano, affermando come la scelta dei Grandi Elettori sia stata “pienamente legittima, ma eccezionale”. Perché “la carta d’identità parla da sola” – come ricordava qualche mese fa, respingendo ogni ipotesi di bis – e perché “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica” è la non rielezione per due mandati. A ottantotto anni ci si dovrebbe sedere comodamente come Senatore a vita e andare a votare qualche volta. Non è detto che Giorgio II non arrivi a questo in breve tempo, sicuramente prima della fine del settennato. Infatti, le condizioni con cui ha accettato le preghiere striscianti dei partiti sono chiare: governo subito con il programma dei saggi, legge elettorale, riforma costituzionale. Altrimenti dimissioni e tutti a casa. Camere e Presidente.

Per carità, tutti i torti non li ha: l’incapacità dei partiti – da destra a sinistra – di trovare negli ultimi venti anni soluzioni alle esigenze del paese, che esistono da tempo e che la crisi economica ha acutizzato (non creato), è palese. Facendo due calcoli, però, Napolitano negli ultimi due lustri è stato membro attivo di un Governo (dal 1996 al 1998) e, quindi, potremmo – in teoria – inserire anche lui tra quelli che hanno contribuito a lasciare invariato il “bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile”. Così, giusto per rinfrescare la memoria.

È vero, adesso i problemi sono sistemici, più gravi a causa della congiuntura economica e delle difficoltà di un’Ue che dà poco una mano. Ovviamente, nemmeno l’Europa è mancata nel discorso d’insediamento del Presidente, che ha sottolineato il “nostro (plurale maiestatis oppure parlava del “suo” governo tecnico, imposto e giustificato proprio con il “ce lo chiede l’Europa”?) rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definire e rispettare i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria”. E la soluzione a questi problemi – dice Napolitano tra le righe – deve essere un governo di larghe intese. Ed è su questo punto che ha assunto il ruolo del bastonatore, rinfacciando al leader del Pd (ma non solo) che “bisogna fare i conti con le forze in campo nel Parlamento” e che – com’era chiaro un po’ a tutti, tranne che alla dirigenza del Partito Democratico – c’è la “necessità di (larghe) intese tra forze diverse”, anche se “aspramente concorrenti”. Se così non sarà, l’unica soluzione sono le urne. Legge elettorale permettendo.

In effetti, nonostante Napolitano non abbia risparmiato critiche a nessuna delle forze presenti in Parlamento, i riferimenti non-puramente-casuali agli errori di Bersani sono apparsi evidenti. In ultimo, proprio quello di non essere riusciti ad eleggere qualcun altro, magari condiviso con il Pdl. Ma questa è un’altra storia.

Pienamente condivisibile, invece, il richiamo all’ordine democratico per i grillini che, seduti compostamente nell’emiciclo di Montecitorio, si sono legati le mani dietro la schiena per evitare di applaudire anche solo una lettera del discorso d’insediamento. “Non può reggere la contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti”. Ovviamente i cinque stelle si sono sentiti offesi, hanno continuato a gridare al golpe perché non è stato eletto il loro Rodotà, che era stato scelto – udite udite! – da ben 4700 votanti nella rete. La maggioranza d’Italia, insomma. Ma non ci stupisce questo, ripetiamo. A farci alzare le sopracciglia, invece, è stata la reazione dei partiti e dei loro leader al discorso di Napolitano. Un raggiante Berlusconi esulta al non-più-comunista Napolitano che, incredibilmente, diventa il Presidente non solo di tutti, ma sembrerebbe proprio del centrodestra. Si capisce, per carità: dopo lo spauracchio Prodi e l’impossibilità di eleggerne uno di area Pdl, Giorgio è forse la soluzione meno peggio. Inoltre, ha significato la sconfitta della linea Pd e questo – Berlusconi lo sa – avrà ripercussioni sulle prossime elezioni. Esagerate, comunque, le reazioni di tutti i partiti: durante il discorso, mentre Napolitano evidenziava la pochezza delle forze politiche in Parlamento, tutti in piedi ad applaudire. Per autoflagellarsi.

 Giuseppe De Lorenzo

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Una risposta a Le 9 parole dell’incoronazione di Napolitano

  1. a ha detto:

    Molto buono. Ben scritto

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