La crisi della sinistra italiana nelle lacrime di Bersani

bersani-lacrime-piange-dimissioniSe guardo l’immagine di Bersani che piange in Parlamento dopo l’elezione di Napolitano al soglio quirinalizio – dico davvero – provo quasi compassione. Ma anche un po’ di ammirazione: insomma, per fare così tanti errori in fila ci vuole ingegno, bisogna impegnarsi parecchio. Non è facile. Anche per errore qualcosa di giusto devi riuscire a farlo. Invece, lui no. Ma non è solo colpa sua: in gran parte sì – ovviamente -, ma il vero problema è tutta la sinistra italiana. Nessuno, o pochi, escluso. Una sinistra che esiste di nome, ma non di fatto. Che ormai da troppo tempo è incapace di creare un progetto politico credibile e di raccogliere consenso. Potremmo riguardare agli ultimi venti anni di storia e senza difficoltà trovare errori, scelte e azioni politiche che si sono ripetute, identiche, negli ultimi due mesi. Come un film già visto o un disco rotto: nonostante cambiasse il contorno, la classe dirigente del Pd è rimasta convinta per anni che la storia gli avesse consegnato il diritto di governare, direttamente o indirettamente. Per dirne una.

Potremmo, dicevamo, raccontare la lunga parabola del centrosinistra. Ma servirebbe un libro: così, prendiamo Bersani in questi ultimi mesi come capro espiatorio o, se preferite, come immagine della crisi della sinistra, della sua incapacità di rinnovarsi.

Partiamo dalle primarie, quello “straordinario strumento di democrazia”: il Pd ha rivendicato a gran voce il primato per averle a pensate, proposte e fatte diventare un importante mezzo mediatico. E c’era cascato anche il centrodestra, così qualcuno per mesi le ha chieste anche per il Pdl. Non dico sia sbagliato farle – intendiamoci – è che quando si prende in mano uno strumento bisogna saperlo usare. Il fuoco è pericoloso, caro Bersani, se non si sa domare la fiamma. Così è stato: le primarie hanno dato a fatica all’ormai ex segretario piddino la possibilità di presentarsi alle elezioni come candidato premier, ma non l’ha sfruttate come rampa di lancio. Anzi, relegando il giovane (e forte) Renzi all’angolo, senza dargli la candidatura a vice-presidente, ha spaccato il partito. E si sono visti i risultati. Meglio per il sindaco di Firenze, che si è potuto tirare fuori parzialmente da questa Caporetto e potrà sperare di diventare il leader – auguri! – della futura sinistra.

Poi, c’è stata la campagna elettorale. Il povero Bersani era davvero convinto di avere la vittoria in tasca. Così, ha giocato al minimo sforzo, non ha fatto alcuna proposta valida, sempre a rincorrere l’odiato ma combattivo Berlusconi. Che ne ha sparate anche di grosse – bisogna dirlo – ma almeno ha usato le sue cartucce. Il Pd, invece, ha tenuto le frecce nella faretra. Sempre che le avesse. Andatevi a riguardare le immagini della campagna elettorale, da Bersani non sentirete dire altro che: “Berlusconi sbaglia quando dice che…”e quasi mai una proposta. Oppure, “non c’è alternativa al Pd”. Perché? Non lo sapremo mai, e nemmeno la dirigenza del secondo partito italiano lo sapeva. Nella loro mente non si poteva non vincere. È così, punto. “È quest’acqua qua”– diceva Bersani -, anche se non si capisce perché dovesse essere proprio quella e non – come poi è stato – quella che scorreva sotto i nuovi ponti del M5S o quelli ristrutturati del Pdl. Ma Bersani la vittoria se la sentiva proprio in tasca. Per poi scoprire di avercela bucata: è riuscito a perdere delle elezioni praticamente già vinte.

Il terzo atto della disfatta bersaniana è stato il mandato esplorativo per realizzare il suo ambizioso sogno di risiedere a Palazzo Chigi. Qui si è mosso come un principiante, facendo tanti errori quanti nemmeno un neoeletto grillino prima del corso super-accelerato di “Istituzioni e Parlamento” avrebbe fatto. Per prima cosa, si è impegnato più a trovare l’appoggio delle parti sociali che delle forze politiche in Parlamento, organizzando consultazioni prima con le associazioni di caccia e pesca e poi – e solo poi – con i partiti. Infine, ha rincorso l’impossibile accordo con Grillo. Il quale era stato abbastanza chiaro, senza troppi giri di parole: “sei un cadavere, non ti sosterremo”. Così, chiudendo la porta in faccia ad un governo di larghe intese, si è visto sbattere un portone blindato a cinque stelle in diretta streaming. Niente governo e addio Palazzo Chigi.

C’era un modo per risorgere, almeno parzialmente, dalla fossa che Bersani e tutta la sinistra si erano impegnati con forza a scavare: eleggere un proprio candidato Presidente della Repubblica. Così non è stato e, alla fine, a esultare alla rielezione del vecchio ex-comunista Napolitano è il centrodestra. Bersani invece scoppia in lacrime. E si dimette, cosa che avrebbe dovuto fare ancor prima di prendere l’ultima batosta. Invece no, la fossa l’ha voluta ancora più profonda.

rockerduckSapete, Pier Luigi mi sembra un po’ Rockerduck: il personaggio Disney che prova da una vita a emergere e superare il suo diretto rivale Paperone, ma compie errori banali e perde. Alla fine di ogni storia gli portano una bombetta – simbolo della sconfitta – e, con un pizzico di sale, se la mangia. Buon appetito, Bersani.

P.S.: viene da chiedermi quale futuro possa ora avere il centrosinistra. Renzi vorrà ereditare un partito spaccato in correnti che sembrano piccole formazioni a sé stanti? Un partito uscito stordito dall’elezione del Presidente della Repubblica? Non ne sono così sicuro.

Giuseppe De Lorenzo

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