I Marò tornano in India: Sovranità scambiata con un piatto di spaghetti

I due fucilieri di marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre

I due fucilieri di marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre

Si dice che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Non sono certo sia un principio sempre valido, ma per la vicenda Marò colpisce il centro. Durante tutta la disputa con l’India non ci siamo fidati poi più di tanto di quanto fatto dal Governo italiano. Abbiamo gioito della scelta risalente a qualche settimana fa di trattenere in Patria i nostri militari. Però, c’era poco da esultare: i due fucilieri di marina tornano in India.

Quale strategia?

Qualcosa, dicevamo, c’aveva fatto essere cauti. L’Italia aveva rialzato la testa, facendo la voce grossa: Girone e Latorre si erano addirittura detti “contenti di tornare a fare il nostro mestiere”. Speranza vana.

Quello che viene da chiedersi, a questo punto, è se sia stata una scelta calcolata fare finta di tenerceli per ottenere qualche briciola di rassicurazioni. Potrebbe essere, ed evidenzierebbe come il Governo – almeno – stia seguendo una linea: sbagliata, ma la sta seguendo. Non ci crediamo. In realtà l’esecutivo ha ceduto ai ricatti indiani. L’India – lei sì – si è fatta sentire: divieto di uscire dal territorio nazionale per il nostro ambasciatore Mancino, quotidiane proteste dei media e pressioni dei politici sul nostro esecutivo. Per non parlare delle minacce contro le imprese italiane operanti sul territorio indiano, cui era stata prospettata la possibilità di perdere gli appalti. Insomma, l’esatto opposto di quello che succede da noi: a Dehli si svenano per la vita di due pescatori e in Italia nessuno muove un dito in difesa di due connazionali, due militari in servizio, costretti a essere giudicati senza alcun diritto da un paese straniero.

In realtà, l’Italia – come spesso succede ormai – ha già emesso la sua sentenza: non c’è modo di dubitare che non siano colpevoli: vengano pure giudicati in India. Nascosti dietro lo scudo de “la parola di un italiano è sacra”, come ha fatto il sottosegretario agli Esteri Steffan De Mistura, si sta violando il diritto di due cittadini italiani di essere giudicati in Patria. Si sta passando sopra il diritto di non essere estradati. Sono principi scritti in Costituzione: il governo è riuscito a sconfessarli entrambi, rimangiandosi la buona idea di tenere a casa i marò. Meglio mantenere buoni i rapporti, piuttosto che affermare la nostra sovranità. Ancora una volta, a vincere è il dio denaro.

La scelta

La decisione di rispedire in India i due militari è stata presa in una riunione del CISR, il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica: alla presenza dei ministri della Difesa, degli Esteri e della Giustizia, capitanati da Mario Monti e sotto la benedizione di Napolitano. «La decisione di sospendere il ritorno era basata sul silenzio indiano a una nostra richiesta chiara: la corte non può nemmeno contemplare una pena capitale. Abbiamo ricevuto oggi una dichiarazione scritta, sia sul trattamento dei marò, che su questa questione». Ecco, la sola preoccupazione è che i due militari non vengano giustiziati e siano trattati coi guanti bianchi. Ora c’è la dichiarazione scritta: i marò non saranno ghigliottinati, mangeranno italiano e potranno anche “andare al ristorante”. Una vacanza pagata, praticamente.

Qual è però il motivo della decisione? Mantenere la parola o evitare che la tensione salga, cioè cedere al ricatto delle proteste indiane?

Promesse vane

La figuraccia, comunque, è fatta: il governo è riuscito a tradire due volte la parola data. All’India prima e ai Marò poi. “Sapevo che lo Stato non ci avrebbe abbandonato”, aveva detto Latorre appena dieci giorni fa. Si sbagliava. Lo Stato li ha abbandonati e anche presi in giro, quando per bocca del Capo dello Stato gli è stato riconosciuto “il senso di responsabilità con cui hanno accettato la decisione del Governo”. E cosa dovevano fare?  Disertare? Sono militari ed obbediscono. Questo gli fa onore, ma non c’è niente di strano.

Chi esce vittorioso da questa vicenda – indipendentemente da quale sarà e se si arriverà ad una sentenza – è l’India. Ha piegato alle sue volontà un paese straniero. “Un bene per entrambi i Paesi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid, ma in realtà molto meglio per il suo. La gente è contenta, le famiglie delle vittime anche, i politici più infuocati possono tornare ai loro posti e il Governo si rifà la faccia. A nostre spese. Ed è bastato solo garantire un piatto di spaghetti, un ristorante nostrano e l’immunità dalla pena capitale. Cui nessuno credeva

Tutte le tappe della vicenda (ilgiornale.it)

– 15 febbraio 2012: due pescatori indiani, Valentine Jalstine e Ajesh Binki, restano uccisi da colpi di arma da fuoco a bordo della loro barca al largo delle coste del Kerala. Della loro morte vengono accusati i due marò in servizio anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che però sostengono di aver sparato in aria come avvertimento. Inoltre, il fatto sarebbe avvenuto in acque internazionali a sud dell’India.

– 25 maggio 2012: dopo aver passato quasi tre mesi nel carcere indiano di Trivandrum, capitale dello Stato federale del Kerala, i due fucilieri della Marina vengono trasferiti in una struttura a Kochi e viene loro concessa la libertà su cauzione, con il divieto di lasciare la città.

– 20 dicembre 2012: viene accolta la richiesta dei due fucilieri di un permesso speciale per trascorrere in famiglia le festività natalizie in Italia, con l’obbligo di tornare in India entro il 10 gennaio. Il 22 dicembre atterrano a Roma, per ripartire alla volta di Kochi il 3 gennaio.

– 18 gennaio 2013: la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e dispone che il processo venga affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

– 22 febbraio 2013: la Corte Suprema indiana concede ai due fucilieri di tornare in Italia per quattro settimane, per votare alle elezioni politiche.

– 14 marzo 2013: il Governo italiano comunica all’India la decisione di non far rientrare i propri militari nel territorio indiano alla fine del permesso elettorale.

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