I Marò rimangono a casa: buongiorno Italia!

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Prima di tirare fuori i muscoli, ce n’è voluto di tempo. Bisognava trovare l’appiglio giuridico giusto, quello che ti permette di alzare la voce senza alcun rischio. Se non quello di risultare un po’ ridicolo. Premessa: siamo contenti che, finalmente, i nostri due marò – da un anno detenuti in India – rimangano a casa. Però, non ce la sentiamo di fare un lungo ed accalorato plauso al governo (tecnico) italiano, che ha temporeggiato troppo, permettendo aduno stato straniero (per quanto in buoni rapporti) di trattenere due connazionali, raccontando mille bugie, ritardando processi e violando i trattati internazionali. Nessun altro paese lo avrebbe permesso, ma noi sì. Perché prima di tirare fuori i muscoli, vogliamo essere sicuri ci sia una via d’uscita.

La decisione

Arbitrato internazionale o procedimento alla Corte internazionale di Giustizia, queste le vie di fuga che il ministero degli Esteri, insieme a quelli di Difesa e Giustizia, hanno tirato fuori per giustificare la decisione di non far tornare Latorre e Girone in India alla fine del permesso elettorale. Insomma, tiriamo fuori i muscoli tenendo una maglietta addosso.

Credibilità?

Secondo il Corriere della Sera, la decisione era sotto esame da mesi e il ministro Terzi avrebbe voluto trattenere i due militari già dopo il permesso per le festività natalizie. Ma “ne andava del prestigio dell’Italia” non mantenere la promessa, forzando la mano senza essere in “sostanziale compatibilità con il diritto internazionale”. In realtà, non c’era di che preoccuparsi: la credibilità dell’Italia era bella che persa già da qualche mese (più di un anno, per la precisione), quando i nostri due marò furono lasciati nelle mani delle autorità indiane senza colpo ferite. Senza alzare la voce. Senza opporsi. Senza richiamare immediatamente a casa l’ambasciatore. Temporeggiando: questo sì, ci riesce bene.

Gli errori del governo e dell’Ue

A pochi giorni dal fatto, quando cominciarono i continui rinvii della corte del Kerala che doveva decidere sulla giurisdizione, commentammo l’operato del governo tecnico sottolineandone gli errori. Oggi, ne aggiungiamo un altro: aver atteso troppo, prima di prendere questa decisione. Salvatore Girone si diceva sicuro che lo “Stato non ci avrebbe abbandonato”. Noi, qualche dubbio l’abbiamo avuto. L’India ha rifiutato la legittima giurisdizione italiana, ha rigettato il riconoscimento dell’”immunità funzionale” (che evita processi stranieri a militari in servizio all’estero) e ha negato che il fatto sia avvenuto in acque internazionali. Ha sfruttato il caso per scopi politici. Si è beffata del nostro paese. E noi, più attenti a evitare scontri diplomatici o chiusure di chissà quale scambio economico, abbiamo accettato, incassando il colpo ed ostentando un sorriso sdentato. L’Europa, poi, non ci ha dato una mano. Nemmeno una parola spesa a nostro favore, mai una dichiarazione. Solo dopo la decisione dell’Italia di tenersi i Marò, l’alto rappresentante della politica estera Ue Catherine Ashton ha auspicato una “risoluzione della vicenda, secondo le convenzioni internazionali”. Buongiorno Europa, si è svegliata.

Insomma, finalmente stiamo provando a tirare fuori i muscoli. Bene, ma i denti – ormai – li abbiamo già persi. Buongiorno anche a te, Italia.

Giuseppe De Lorenzo

Tutte le tappe della vicenda (ilgiornale.it)

– 15 febbraio 2012: due pescatori indiani, Valentine Jalstine e Ajesh Binki, restano uccisi da colpi di arma da fuoco a bordo della loro barca al largo delle coste del Kerala. Della loro morte vengono accusati i due marò in servizio anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che però sostengono di aver sparato in aria come avvertimento. Inoltre, il fatto sarebbe avvenuto in acque internazionali a sud dell’India.

– 25 maggio 2012: dopo aver passato quasi tre mesi nel carcere indiano di Trivandrum, capitale dello Stato federale del Kerala, i due fucilieri della Marina vengono trasferiti in una struttura a Kochi e viene loro concessa la libertà su cauzione, con il divieto di lasciare la città.

– 20 dicembre 2012: viene accolta la richiesta dei due fucilieri di un permesso speciale per trascorrere in famiglia le festività natalizie in Italia, con l’obbligo di tornare in India entro il 10 gennaio. Il 22 dicembre atterrano a Roma, per ripartire alla volta di Kochi il 3 gennaio.

– 18 gennaio 2013: la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e dispone che il processo venga affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

– 22 febbraio 2013: la Corte Suprema indiana concede ai due fucilieri di tornare in Italia per quattro settimane, per votare alle elezioni politiche.

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