Ecco perché la destra non sa chi votare

Come al solito, l’Italia che punta ad una poltrona da parlamentare presenta un arcipelago complesso e – dobbiamo dirlo – un po’ nauseante di partiti o presunti tali. Tanti i simboli, spesso privi di speranze di eleggibilità, e ognuno con le proprie idee. Più o meno. Nel 2008 gli italiani, con l’aiuto di una legge elettorale che è disprezzata da tanti, riuscirono a ridurre il numero di simboli presenti nei palazzi del potere. Due partiti a destra e due a sinistra. In mezzo un Centro con capacità d’influenza decisionale pari al nulla. Personalm

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ente, apparve un sogno: niente più minestrone di partiti capaci di influenzare le scelte dei governi. O, meglio, di ricattarlo ed immobilizzarlo. Ricordate il governo Prodi del biennio 2006/2008? L’Unione sembrava l’Armata Brancaleone, incapace di governare se non per decreto e con continui compromessi con le mille forze politiche di cui era composto. Il voto del 2008 disse chiaramente che l’Italia voleva provare il bipolarismo. Pdl da una parte e Pd dall’altra. Una realtà dello spazio partitico e parlamentare che ha poco o nulla a che fare con la storia del nostro paese, per natura multipartitico. Infatti, quello che il voto aveva creato, Gianfranco Fini non ci mise molto per distruggerlo. Dall’alto dello scranno più importante della Camera, provò a uccidere il Governo di centrodestra, uscendo dalla maggioranza. Lo ferì a morte senza mandarlo sottoterra. Servì la crisi economica e l’asse Napolitano-Monti per completare l’opera. Era il 2010 quando nei palazzi del Parlamento si mise fine al bipolarismo. Amen. Di quell’obiettivo prima professato – da una parte e dall’altra – come salvezza d’Italia, non rimane più nulla. Addio alle maggioranze con grandi vantaggi. Addio a governi in carica fino a fine legislatura. Addio al Premier indicato – anche se indirettamente – dagli elettori.

Insomma, si ritorna indietro e ben ci sta.

E gli elettori di destra (e non centrodestra, liberali o moderati), si son

o persi in questo percorso. Perché la maggioranza di essi aveva sposato il passaggio di An nel Pdl, in quest’ottica: per governare occorre una maggioranza forte e per non far vincere la sinistra bisogna stare uniti. Quindi, con enormi sacrifici (e non pochi dubbi) sono confluiti nella formazione nata dall’idea del poco amato Berlusconi. Oggi, che del bipolarismo non rimane più nulla, quel mondo una volta fermamente unito, è spiazzato. I “leader” si sono divisi e gli elettori avranno difficoltà ad andare alle urne. Lo faranno, ma non uniti. Chi votare? Il Pdl, premiando la lealtà di Gasparri verso il Cavaliere? Oppure “Fratelli d’Italia”, scommettendo sulla tardiva iniziativa della Meloni e La Russa? O, ancora, La Destra di Storace, da sempre allontanatasi dal “traditore” Fini e mai troppo convinta dell’adesione del mondo della destra al progetto “Popolo delle Libertà”? Non citiamo altri movimenti e partitini, che non avranno modo di sedere in Parlamento. Una situazione difficile da credersi. E’ vero che con l’ormai famosa svolta di Fiuggi si cominciò ad intravedere una frammentazione progressiva, ma negli ultimi anni il processo si è accelerato. Cercare dei colpevoli è riduttivo, ma occorre almeno scovare gli errori commessi. Infatti, la Destra non ha perso solo un simbolo unico sulle schede elettorali, con cui era possibile non farsi troppe domande su dove mettere la croce. Ma ha iniziato a perdere riferimenti a valori, ide

ntità e coerenza. E’ vero: per governare occorre spesso cedere ad alcuni compromessi, ma bisogna avere l’accortezza di mantenere un radicamento forte sui valori da sempre professati. Il risultato, altrimenti, è quello che stiamo vivendo.

Più gli impegni di governo sono cresciuti, minore è stata la coerenza con i principi una volta difesi con forza. Quei principi che l’avevano lasciata chiusa in un ghetto. Ma di valore. Marcello Veneziani, qualche mese fa, ha lanciato in un articolo un appello alla destra: torna nel ghetto. Cioè riscopri le tue radici, abbandonando – se occorre – il governo delle città, dei comuni o il Parlamento.

Bisogna fermarsi. Riscoprire la destra che studia, che non ha paura di esprimere il suo modo di concepire il mondo politico: che non può essere il “politicamente corretto” di chi deve governare. Impossibile dargli torto.

Ma questo coraggio non c’è stato. La Meloni e La Russa hanno aspettato troppo prima di calare il jolly e si ritrovano con un partito che oggi c’è e domani, chissà. Che, poi, il problema non è quale partito formare, ma su quali basi e quali idee, su quale cultura e su quali valori fondarlo. Insomma, alle urne qualche difficoltà ci sarà. Non è che – alla fine – bisognerà tapparsi il naso, come direbbe Montanelli, e votare ancora Berlusconi?

Giuseppe De Lorenzo

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