E PLURIBUS UNUM

Le sfide che ci troviamo ad affrontare oggi, ma soprattutto quelle che dovremo affrontare in futuro, richiedono, esigono un’Europa unita, che si ritenga una nazione e non solo un’istituzione. Fino ad oggi, infatti, è mancata quell’identità collettiva necessaria a formare un’identità nazionale, quell’identità che è generata dalla condivisione di ideali, valori, sentimenti e desideri.

L’idea di formare un unico grande stato europeo è un progetto che da secoli affascina ed infervora gli animi occidentali; divenne per la prima volta una concreta e nuova realtà politica con Carlo Magno oltre mille anni fa, quando l’eredità classica unita al Cristianesimo cambiò il mondo. In seguito quella che fu la storia del Sacro Romano Impero, fu la storia d’Europa. Successivamente, con le varie rivendicazioni nazionali, l’appartenenza europea divenne secondaria, ma oggi ne riconosciamo l’importanza e tentiamo di ricrearne la forma e lo spirito. Abbattere le frontiere ed adottare una moneta unica è stato un primo, decisivo, passo per ricreare quella che è la forma, ma limitarsi a concordare una comune politica macroeconomica non è abbastanza; adesso si può e si deve fare di più, altrimenti il progetto di un’Europa veramente unita rischia di concludersi senza nulla di fatto.

Quello che ci aspetta adesso è la condivisione delle risorse e delle responsabilità, un’Europa federale è la risposta, un’ Europa che abbia un solo organo deputato a decidere su un determinato argomento o in alcuni settori chiave; quello che si suggerisce è una dicotomia amministrativa: un’Unione chiamata a legiferare su questioni quali la difesa, la sanità e la politica estera mentre gli attuali stati nazionali, chiamati ad occuparsi dei diversi problemi particolari che competono in modo diverso alle varie nazioni europee. Insomma una sorta di federalismo all’americana, un federalismo che sia l’antitesi dell’attuale Europa delle burocrazie.

Creare però solamente un corpo, seppur robusto, non basta, bisogna infatti dare all’Europa anche una unità morale ed intellettuale, bisogna che in questo corpo si infonda la vita. A questo proposito non si possono dimenticare le radici giudaico-cristiane, che sono e rimangono alla base di questa unità, se vogliamo che il Progetto duri, e duri a lungo, abbiamo bisogno di fondarlo su solide basi, basi che trascendano la condizione umana; tutto questo non è auspicabile, è necessario, perché, altrimenti rischiamo di creare un mostro vagamente somigliante a tutti, ma nel quale nessuno si riconosce.

È di vitale importanza inoltre che la popolazione si senta chiamata a partecipare in prima persona a questo evento, non può essere, come fu l’unificazione italiana, un processo elitario. La domanda ora è cosa vuol dire per noi, nel XXI secolo, essere europei, a questa domanda dobbiamo rispondere non con una risposta che andava bene nel medioevo, o nel rinascimento o nel XX secolo, perché i tempi cambiano, e anche se gli assoluti restano, cambia il modo di rapportarsi con essi. È dunque importante trovare una risposta che, carica dell’eredità passata, valga oggi e rappresenti un punto di riferimento per coloro che verranno dopo di noi. Essere europei, non vuol dire avere un sistema economico unico, non solo almeno, vuole dire farsi esportatori di un modello di civiltà straordinario, universale ed irripetibile. Questo è il nostro destino e dobbiamo lottare per vederlo realizzato non solo per noi, non solo per i nostri figli i quali meritano un mondo migliore, ma dobbiamo farlo anche per i nostri padri, per coloro che ci hanno preceduto e che hanno combattuto per l’Occidente; per tutti coloro che avevano ideato e pensato l’Europa prima di noi. Non possiamo tirarci indietro, l’Europa deve divenire ciò che è nata per essere, altrimenti sarà sempre inadeguata dinnanzi ad un mondo che cambia.

Luca Marroni

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