TONY BLAIR, OLTRE LA POLITICA

Ho da poco terminato di leggere l’autobiografia di Tony Blair, l’uomo che è stato per dieci anni a capo della sesta potenza al mondo, l’uomo che ha portato cambiamenti, riforme e trasformazioni nella tradizionale società inglese, l’uomo che ha dovuto prendere decisioni difficili riguardo a guerre e conflitti: dal Kossovo alla Sierra Leone, dall’Afganistan all’Iraq sempre con coraggio e responsabilità. Blair scese in campo nel 1994 alla guida del partito laburista, progressista, di centrosinistra, che non governava da quasi vent’anni. Iniziò subito a porre le basi per arrivare a Downing Street: intendeva rinnovare il bagaglio culturale laburista a cominciare dal nome, infatti, dietro al New Labour, non c’era solamente una diversa struttura organizzativa, c’era una nuova concezione della politica e della società, un nuovo modo di guardare al mondo e di pensare l’occidente; una sorta di terza via, né di sinistra né di destra, capace di fondere il desiderio di certezze e la fedeltà ai valori tradizionali con l’attenzione alle tematiche sociali e la voglia di riforme. Blair fu tutto questo, o meglio, lo divenne nell’arco del suo mandato, spronato dal consenso popolare che ottenne. Così nel 1997 divenne Primo Ministro del Regno Unito. La sua politica interna si concentrò principalmente sul concedere maggiori autonomie e sul risolvere l’annoso problema dell’Irlanda del Nord, riuscendo, nel 1998, a far siglare un accordo tra le fazioni. Mentre sul fronte estero rafforzò il legame con l’Europa e con gli Usa, consolidando la posizione della Gran Bretagna nel mondo. Pochi anni dopo, nel 2001, il terribile attentato alle Torri Gemelle; la guerra al terrorismo divenne la priorità e ciò comportò la guerra in Afganistan. Gli Usa decisero di rispondere all’attacco con la forza delle armi per evitare ad ogni costo altri casi analoghi all’11 settembre e questo, con il senno di poi, bisogna ammettere che è stato ottenuto. L’alternativa, in Afganistan, era lasciare i talebani al potere e alimentare il clima di paura ed incertezza che già imperava. Il presidente americano Bush non ci stette ed agì, altri avrebbero preferito tentare di risolvere il problema attraverso le sanzioni, ma questo avrebbe solo posticipato il conflitto e forse lo avrebbe addirittura ingigantito. Blair insieme agli altri capi di governo sottolineo subito che lo scontro era si tra civiltà ma che l’islam aveva lo stesso interesse degli occidentali a sconfiggere le frange terroristiche, altrimenti avrebbe perso il suo stesso significato di esistere. Nella visione di Blair, la vera battaglia andava vinta dall’interno, l’islam doveva scegliere se combattere da solo contro il mondo libero e democratico o se fare una costruttiva autocritica ed isolare chi fa della violenza la propria bandiera. Poi si arrivò all’Iraq, conflitto che, questa volta, ha più lati oscuri e meno certezze, ma che comunque ha deposto un dittatore sanguinario. Insomma in politica estera Blair ha ammesso di aver seguito l’istinto e le proprie convinzioni cercando sempre di fare la scelta giusta. Oggi attraverso la sua Fondazione tenta di aiutare il mondo a ritrovare una pace stabile e profonda, fondata sulla maggior consapevolezza di essere tutti abitanti dello stesso pianeta. Termina il suo libro dicendo che ha ancora Speranza, perché ha imparato che anche da episodi brutti si può imparare e crescere, perché nel mondo ci sono ancora persone di buona volontà con buone intenzioni e sono queste che cambiano la storia nella libertà. L’elezione di Blair fu vista come una svolta epocale e non deluse le aspettative tanto che riottenne l’elezione nel 2005. La sua politica ha intenzionalmente e consapevolmente oltrepassato i concetti tradizionali di destra e di sinistra, questo lo rese libero, soprattutto ideologicamente. Non piantò le sue radici in aria ma tentò di lasciare un retaggio che sarebbe sopravvissuto nel tempo, eredità che ora appartiene all’intera società inglese e un po’ anche a noi, qua sul continente; peccato solo che ora il suo partito abbia dimenticato i principi innovatori alla Blair e lo abbia rinnegato lasciando di fatto a Cameron il titolo di successore, cosa ampiamente confermata alle ultime elezioni. Politici idealisti ma allo stesso tempo pragmatici e concreti come Tony Blair sono rari ma il contributo che danno lo si apprezza ancora decenni dopo la fine della loro azione politica. Mi auguro di vederne ancora sullo scenario mondiale.

Luca Marroni

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2 risposte a TONY BLAIR, OLTRE LA POLITICA

  1. Alessandro ha detto:

    Studio in Inghilterra e ho trovato che una buona parte della sinistra e’ assai critica di Blair. Il New Labour e’ considerato da molti un tradimento dei vecchi valori di sinistra, se vogliamo un’ apertura al capitalismo neoliberale, “selvaggio”, e “finanziario”. Essendo appassionato sopratutto della politica nostrana, ho trovato paralleli nell’ atteggiamento di una parte della sinistra verso il piu’ liberale e moderato Renzi.
    Ecco, io vedo in lui quel mix di idealismo e pragmaticita’ a cui inneggia nell’ articolo, e credo che potra’ diventare il “Blair” Italiano. Lei cosa ne pensa?

    • ideaoccidente ha detto:

      Le similitudini possono essere numerose e anche io ho paragonato spesso le due figure mantenendo però i necessari distinguo come, innanzitutto, quello del periodo storico, Blair riuscì a catalizzare il consenso in anni di congiuntura economica favorevole e dunque sull’onda del progresso mentre Renzi dovrà mostrarsi come alternativa forte in un periodo non favorevole. Mi auguro personalmente che Renzi possa farsi portatore di quelle nuove forme di concepire il centro sinistra che sono indispensabili per mantenere la stessa politica italiana al passo con i tempi. Molto probabilmente non dovremo attendere tanto per vedere se dispone delle capacità per riuscire ad aggiornare il PD, introducendo sostanzialmente un nuovo modo di pensare sdoganato definitivamente da molte posizioni dogmaticamente sostenute e aprioristicamente accettate. Insomma spero che abbia ragione a vederlo come il nuovo “Blair”!

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