CELENTANO PONTIFICA DAL PULPITO DI SANREMO

Celentano ,Pontifex Maximus, hoc dixit. Amen.

Il Molleggiato, come solito, non delude le aspettative: chi si aspettava una serata al Festival di Sanremo fatta di musica e canzoni, si sbagliava. Celentano fa un sermone, anche piuttosto lungo, dicendo tutto quello che vuole. La prossima mossa preparata dalla compagnia Morandi and Co. è di decretare l’infallibilità in materia di politica, cultura, spettacolo, morale, etica, a “Sua Eccellenza” il papa laico Adriano Celentano.

Non si sta più sul palco se non si è bravi a fare del moralismo; la musica non basta, signori artisti: per tornare alla ribalta serve saper dire la cosa giusta, citare il personaggio adatto. Lo dimostrarono la scorsa edizione Luca e Paolo, citando Gramsci. Lo conferma quest’anno Celentano (tra l’altro abbastanza abituato a omelie simili) prendendosela con i preti, con la Consulta che boccia i referendum, con i partiti, con la Rai. E poi cita la Costituzione e l’applauso è garantito.

Celentano sale in cattedra e si sente a suo agio, parla con una cadenza e lentezza adatte a un santuario e il silenzio nel

Celentano al Festival di Sanremo

sacro Ariston è spaventoso. Solo qualche applauso (a dir la verità a volte un po’ forzato) rompono l’atmosfera creatasi.

Contro preti e giornali cattolici

I primi ad essere abbattuti dalle parole del predicatore sono i preti ed i giornali cattolici, Avvenire e Famiglia Cristiana. L’accusa è di non parlare mai del paradiso, non curarsi di parlare delle cose di Dio, ma di dedicarsi eccessivamente alle banalità di questo mondo. Tra cui lo stipendio percepito (a nostre spese) per la serata a Sanremo proprio da Celentano, di cui è stata criticata la scelta di destinazione per la beneficienza. Argomenti troppo poco elevati: questi giornali <<inutili>> devono essere <<chiusi definitivamente>>. Alla faccia della libertà di stampa e d’informazione. Celentano, invece, parla dei malati, si fa loro interprete. A questi – dice – interessa leggere del paradiso, del post mortem, non delle banali cose della vita quotidiana. Quindi, cari giornali, o cambiate o la scure del giudice Celentano si abbatterà su di voi.

E poi c’è spazio per la solidarietà ai licenziati dalle ferrovie dello stato, asserragliati da mesi sulla torre della stazione di Milano, e Don Gallo, difensore dei più deboli (e grande estimatore dei movimenti sinistrorsi e rivoluzionari); le invettive contro Montezemolo e i treni ad alta velocità. Insomma, c’è tutto per fare un successone.

Il Referendum

Ma come poteva mancare una parte dedicata alla sovranità, alla Politica e, soprattutto, al referendum non concesso dalla Consulta? Il teatrino è stato messo in atto davanti ai milioni di spettatori italiani che hanno avuto il coraggio di stare attaccati alla TV per l’intera durata del sermone o che magari si sono alzati, nel frattempo, cento volte per fare le più disparate faccende nella speranza che, una volta tornati, tutto fosse finito. <<Non è stata una bella cosa>> – ha detto un Morandi poco convinto – bocciare il referendum presentato con 1 milione e 200.000 firme. In questo modo – rincara la dose Celentano – non si tiene conto della sovranità del popolo. Ma insomma, il popolo è sovrano quando presenta un referendum (considerato improponibile dalla Consulta perché ci lascerebbe con un vuoto istituzionale e perché i quesiti formulati non correttamente), ma non quando vota un governo presieduto da Berlusconi. Celentano non ha alzato la voce quando un governo legittimamente eletto dal popolo, che attraverso il voto ha espresso pienamente la sua sovranità, è stato spodestato da quella “Consulta” chiamata Presidente della Repubblica. Anche in quel caso sono stati <<buttati nel cestino>> qualche buon milione di voti. Ma tutto tace.

Celentano ha fatto la sua figura, ha cantato bene, ha parlato come e quando voleva. Con i nostri soldi. Ma non doveva essere il Festival della Musica Italiana?

Giuseppe De Lorenzo

Celentano,  Sanremo, Festival, Morandi, Consulta            

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