BATTISTI A LE IENE: “VOLTIAMO PAGINA”. NOI NON CI STIAMO!

Battisti torna a far parlare di sé. Il pluriomicida, oggi scrittore in libertà, condannato in contumacia per aver commesso e partecipato a quattro omicidi durante gli anni di piombo, parla di sé come di un perseguitato, di una vittima. Il compagno Battisti, sprezzante alle vere vittime colpite dalle ideologie cieche di quegli anni, dichiara a Le Iene: “Signor Presidente, mi dia la possibilità di difendermi, di presentarmi davanti ad un tribunale oggi in Italia e di potermi difendere, di rispondere ad un interrogatorio vero, come non è mai successo. E così io mi comprometto a rispondere delle mie responsabilità di fronte alla giustizia italiana.”. Da parte di Napolitano poche righe di risposta: niet. Com’è giusto che sia.
La storia
Cesare Battisti nasce a Cisterna di Latina e nel 1977 ed entra in contatto con il gruppo dei Proletari Armati per il Comunismo in prigione a Udine, dove è detenuto per vari furti. “I miei genitori volevano diventassi un buon comunista”- e forse crede addirittura di esserci riuscito, scegliendo la lotta armata. Battisti partecipa ad alcune rapine a Milano, definite da egli stesso degli espropri proletari. Il terrorista poi viene condannato per aver ucciso materialmente a Udine nel 1978 Antonio Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria. Il 16 febbraio 1979, invece, vanno di scena due omicidi in cui Battisti assume i ruoli di ideatore, organizzatore ed esecutore. A Milano viene ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani, mentre quasi contemporaneamente a Santa Maria di Sala, Lino Sabbadin trova la morte. Qui Battisti è presente e funge da copertura armata all’esecutore. L’ultimo orrendo delitto di cui si è macchiato le mani lo commette a Milano nel 1979: a lasciarci la vita è Andrea Campagna, agente della DIGOS. Tutti nemici del comunismo. Tutti servi del capitalismo e dello Stato oppressore. Tutti “agenti della contro-rivoluzione”.
L’Intervista a Le Iene
Nella sua ultima apparizione televisiva il terrorista (e non ex-terrorista come molti scrivono) ammette l’errore commesso nell’aver impugnato le armi,  nascondendosi però dietro una giustificazione che sembra consegnarlo al ruolo poco adeguato di vittima: si è armato per difesa, forse per paura. Ovvio, “quando accanto a te vedevi morire un tuo compagno”. Forse egli non comprende che legittima difesa non vuol dire freddare due persone senza alcuna colpa. Non vuol dire partecipare a un’organizzazione criminale, dedita ai furti e galvanizzata da omicidi giustificati dall’ideologia barbara e meschina che chiamavano Comunismo. Afferma di non aver mai nemmeno pensato di uccidere. Forse è vero, non ci ha mai pensato con raziocinio. Annebbiato da un ideale che era diventato ragione di vita, ha agito di conseguenza, senza pensare. Non senza cognizione di causa, però. Battisti, condannato a due ergastoli, sapeva bene cosa faceva. Per questo la sua posizione non può essere ritrattata, rivista, ricontrollata. La sentenza è stata emessa e sarebbe anche operativa se Battisti non fosse fuggito prima dal carcere di Frosinone e quindi da uno in Francia.
Entra, poi, in evidente imbarazzo quando gli si chiede di ricordare l’ultima volta in cui ha sparato un colpo di pistola. Non ricorda quando sono entrati in quella macelleria in provincia di Venezia ed hanno raggiunto con quattro colpi di pistola Lino Sabbadin, lasciandolo esanime dietro al bancone? No. L’ultimo proiettile da lui sparato – dice- ha raggiunto un albero, quando era ancora adolescente. Poco credibile, come altre affermazioni lasciate ai microfoni del Le Iene.

L’Italia, ancora, non ha ottenuto giustizia. Le vittime e i loro familiari non sono stati ripagati, per quanto possa bastare, con la certezza di sapere l’omicida (materiale o morale) dei loro cari dietro alle sbarre a scontare per intero la sua pena. Battisti vuole chiudere i conti con gli anni ’70? Bene, torni qui e si assuma le sue responsabilità. Senza mettere condizioni: niente riapertura del processo, niente amnistia. Solo il carcere oggi può fare giustizia. E se considera la sua vita “una merda”, provi a pensare a chi per colpa sua la vita se l’è vista togliere prematuramente.

De Lorenzo Giuseppe

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